Quella lieve voglia di sparire #8 – Vita segreta di Lars von Trier (ovvero: storia di Greta)

di Roberto Albini

Quando Boregher iniziò a parlare, io già non stavo più lì. Lui blaterava di fortune, di incontri mentre io me ne stavo forzatamente immobile ad immaginarmi di quale super potere avrei avuto bisogno in quel momento. Il primo che mi venne in mente fu la capacità di esplodere. Quando sono costretto in una qualche situazione spiacevole senza apparenti vie d’uscita, mi torna in mente spesso questa immagine del mio corpo che scoppia come una bomba immensa, distruggendo tutto. E questo infatti è il suo difetto: si muore. Quindi in questo caso non mi sarebbe stato di nessun aiuto. Meglio una cosa tipo la forza disumana. Scardino le catene, o cosa sono, che mi tengono stretto al tavolaccio, e faccio un casino. Spacco tutto, pure Boregher. Però poi non recupero le poesie, e allora…

Non lo sa nisuno, ma io ho incontrato pe caso Greta, Greta von Trier, fija der regista Lars. Stava qui, a Stazione Termini, mezza buttata sui sanpietrini, che pareva pure lei ’na monnezza come quelle che c’aveva intorno. Io von Trier l’adoro, so tutto de quer fijo de ’na mignotta. C’ho passato giorni ar negozio de l’amico mio cingalese a leggeme quarsiasi cosa, a vedemme i firm. E inzomma, ’na vorta leggo su un sito, non me ricordo quale, che da giovane Lars era stato in Sicilia. Aveva passato le vacanze a Minusicchio, in provincia de Catania. Là se messo a fa er gaggio, diceva che doveva girà ’na pellicola importante, che stava a cercà vorti novi, ’sta vorpe. E le pischelle, capirai, tutte intorno, tutte a faje la corte, e lui quarche vorta azzuppava er biscotto. Azzuppa oggi, azzuppa domani, un ber giorno mette incinta una. Questa era ’na pora sarta, appena maggiorenne, piccola piccola, ma co du zinne enormi. Però innocente porella, non sapeva che fa. Lars je disse de abortì, che lui c’aveva da fa, che voleva fa er regista importante, poi a un certo punto ha cominciato a fa finta che non capiva, “What? What?”, sto stronzo. Inzomma, pe fattela breve, questo s’è dato. Un giorno sta regazzetta s’è svejata, e questo non c’era più.

Ci vorrebbe la capacità di manipolare i pensieri. Ecco cosa ci vorrebbe adesso. Mi concentro, gli ordino di liberarmi e poi mi faccio dire dove ha nascosto lo zaino di Greta. Ma poi mi viene in mente che quello dentro la testa non può avere che orrori. Cioè cosa succede se gli entro nella mente per dirgli di lasciarmi in pace, e poi vedo qualcosa che mi impressiona? Me lo chiedo anche tutte le volte che conosco qualcuno, cosa succede se poi quando gli entro nella testa scopro che ha le idee come il pavimento di un bagno pubblico, dove c’è sempre il rischio di mettere il piede sopra qualcosa di viscido, ed estraneo. E magari ti prendi pure qualche malattia.

Allora questa, poraccia, niente, abbandona er paesello do viveva, non dice gnente a nisuno, e sparisce, ma non abortisce. Se tiene ’sta creatura in panza, che poi va a partorì dentro un centro sociale occupato de Palermo. La chiama Greta, perché quella sera stavano a proiettà ’na retrospettiva su Greta Garbo, e a lei j’era piaciuto sto nome, sta signora ecco, c’aveva classe. Un po’ co l’aiuto dell’amichi dei circoli communisti, un po’ co l’aiuti de Stato, sta pupa cresce e fa cose strane. Tipo comincia a scrive a tre anni, ma no “mamma”, “papà”, no no: scrive poesie. Era pure famosa in paese pe sta cosa, che inzomma faceva specie che ’na creatura alta du barattoli sapeva fa ste cose, quanno la maggioranza de quelli a mala pena spevano firmà. A un certo punto se sparse la voce che se leggevi le poesie de Greta, te sentivi mejo, te veniva da ride, inzomma eri felice, e lei viveva come na santona. La gente je portava de magnà, pure la madre era contenta, e lei non faceva artro che scrive, scrive, scrive. Dai tre ai sedici anni Greta scrisse cinquemila poesie, mica cazzo.

Di seguito mi viene in mente: la telecinesi (ma non era troppo sicura); diventare di acciaio (ma non sarebbe servito a quasi nulla); i poteri del ragno (per fare cosa?). Poi pensai al potere di potermi moltiplicare, generare copie perfette di me stesso e creare una piccola squadra, accerchiare Boregher, liberarmi, prendere le poesie e poi scappare. Nell’immaginare la scena, c’ero io sdraiato, e tre miei cloni nella stanza, solo in attesa di miei ordini per scattare all’attacco. Quando decido che è il momento di agire, do il segnale ai miei uomini, ma nel frattempo uno si è messo a girare una sigaretta, l’altro legge un libro, e quell’altro se ne è andato, non so dove. Pure questo super potere non serve.

Dopo i sedici anni è successo un casino. S’è messa co un regazzetto, mezzo capellone de Roma, je faceva sentì i Rollinstonze, sta musica qui, ’a faceva fumà, ’a portava a ballà, quella s’è innammorata, e ha cominciato a scrive tutte stronzate. Cioè pazzesco, non se potevano legge pe quanto erano brutte. Ma proprio stupide, scialbe, e la gente ha preso a dimenticasse de lei. Compreso er fidanzato suo che, come er padre, ’na mattina s’è dato e bonanotte ai sonatori. Questa naturalmente c’è rimasta un po’ sotto, ha accusato diciamo, però ja detto sfiga e non ha mai smesso d’amà sto romano che, invece, poi se fece ’na famija e quando pensa a lei, adesso, je vengono in mente solo le zinne. Pe sto motivo Greta non ha più scritto ’na poesia decente in vita sua, e pe questo quelle cinquemila poesie, che lei se portava sempre appresso nello zaino, so così preziose. So le cinquemila famosissime poesie de Greta von Trier. Lo sai che valore c’hanno? Te dico solo che un Van Gogh te costa de meno. Allora quella matina io, che avevo visto su internet ’na cifra de foto sue, e praticamente m’ero pure mezzo invaghito, perché tra parentesi è pure bona, l’ho riconosciuta subbito. Lì, buttata per tera, mezza imbriaca, l’ho presa e me la so portata a casa. La volevo ammazzà come sto pe fa co te, prima de rubaje lo zaino, ma era sempre la fija de von Trier, er mito mio. E niente, allora l’ho solo imbottita de droga, l’ho buttata a n’angolo, e mo so ricco. E mo me ne vado. E mo ciao belli!

Alla fine arrivai alla conclusione, che in quella circostanza nessun superpotere, mi avrebbe potuto salvare. O meglio solo uno, che non esiste in nessun fumetto, in nessun film, in nessuna storia di super eroi: il potere di cambiare vita. Non esiste costume, per colui che ha la facoltà di decidere quale vita vivere: si è così come si è, e nemmeno se venissimo da un’altra galassia, o fossimo punti da un ragno radioattivo, saremo diversi da quello che siamo. E se sono legato a un tavolo, bloccato, bendato, in casa di un barbone psicopatico che mi vuole uccidere, è dovuto solo a perché sono come sono. Allora m’immaginai questo nuovo super eroe, in un costume bianco, riflettente; ero io sul tavolo che mi osservavo mentre la stoffa mi cresceva miracolosamente dalle braccia fino a coprirmi completamente. Ho questo infinito potere di poter cambiare la mia stessa natura a piacimento fino a determinare il corso degli eventi e quindi della mia esistenza. Torno indietro nel tempo cercando di capire in che momento di questa storia avrei dovuto essere una persona migliore, e la identifico con quello nel quale dissi sì al progetto di Greta di uccidere Boregher. Era uno snodo cruciale in cui avrei dovuto usare i miei poteri, essere un altro, cambiare il futuro.
Sì ma chi?

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