Quella lieve voglia di sparire #7 – Il punto di vista dell’ubriaco

di Roberto Albini

Non accadde più nulla durante le due ore successive. Sognai più volte di avere il super potere di sparire, un paio di volte anche quello di poter spostare avanti e indietro il tempo a mio piacimento. Ma le cinque birre che bevvi per giustificare alla cinese la mia presenza su quel tavolo, presero il sopravvento, e già mi sembrava non aver più bisogno di sognare. C’è questa cosa dell’alcool, che dopo un po’ ti interessa tutto: le crepe sui muri, i gesti di un passante, i riflessi dei palazzi lerci sui cofani delle auto impolverate. Scene comuni rivelano grazie alla birra un fascino particolare. Anche le donne subiscono questo incantesimo, tanto che a una certa ora della notte sembrano tutte belle, e pure la vita, se esageri quel tanto che basta, può sembrarti divertente. Ci preoccupiamo troppo di mantenere i nostri sentimenti vivi come quelli dei fanciulli, invece dovremmo ricordarci di come vediamo il mondo da ubriachi. Dovremmo far tesoro del punto di vista dell’ubriaco.
Allora presi a far ciondolare il mio sguardo negli stessi posti che stava frequentando ormai da ore, e notai particolari fino allora trascurati. Quel barbone pancione, per esempio, non stava più nella stessa posizione di quando ero arrivato. Adesso era voltato verso di me, e io non me n’ero nemmeno accorto anche se ero rimasto praticamente immobile davanti a lui tutta la mattina. Presi ad osservarlo meglio. Si era messo il borsone sopra la pancia tenendolo stretto con un braccio mentre l’altro lo usava come cuscino. Aveva girato la faccia proprio nella mia direzione e se non avesse avuto le palpebre abbassate, avrei giurato mi stesse spiando. Per guardare meglio mi sporsi un poco avanti in cerca di fuoco, e proprio in quel momento spalancò gli occhi.
Aveva due palle azzurre che sbucavano fuori come i bulbi delle rane. Sopracciglia foltissime e bianche che gli cadevano cespugliose sullo sguardo. Corrugò la fronte, e in un attimo si mise in piedi, come un gatto al quale hanno schiacciato la coda. Poi, senza cambiare espressione si diresse verso di me, mi fu davanti in tre passi. Afferrò una sedia con forza e si sedette con un gomito appoggiato sul tavolo e il mento a cinque centimetri dal mio. Rimanemmo in silenzio per qualche istante. Io mi fissai sulle rughe che aveva sulle labbra, presi a seguirne i percorsi, gli incroci che poi portavano tutti verso un’ombra. “Ma chi cazzo sei tu?”. Disse pronunciando la frase come fosse un’unica parola. “E’ da stamattina che te sto a vede qui davanti. Ma che sei ’n’amico der Vetro?”. La mia particolare condizione alcolica, non mi fece intravedere pericolo nelle sue parole. Ero solo curioso del modo con cui mi parlava, con questa voce roca, che mi ricordava tanto Mario Brega, spigolosamente romana. Ero affascinato da come si esprimeva, ma lui non comprese la mia ammirazione. Interpretò il mio silenzio come una sfida, credo, ma solo perché non poteva vedere il mondo dal punto di vista di un ubriaco. Tirò fuori da una tasca qualcosa di piccolo, al quale nemmeno feci troppo caso, e la infilò nella più piena delle bottiglie rimaste ancora sul tavolo. “Bevi”. Ordinò serio, io sbottai in una risatina isterica, poi bevvi.

Sul soffitto c’era un lampadario di quelli a gocce, di finto ottone. Accanto l’ombra delle persiane che rigavano una grossa macchia di umidità. In sottofondo un disco in vinile diffondeva una canzone popolare romana, ma non sono mai riuscito a capire quale. A parte una certa secchezza in bocca, mi sentivo bene, anche se non potevo girare la faccia e, quando provai ad alzarmi, scoprii che anche le braccia e le gambe erano bloccate da qualcosa. Ogni tanto passava qualche macchina e l’ombra sulla macchia di umidità per un momento spariva, rivelandone altre che venivano da dentro la stanza. “Te lo dico subbito so cazzi tui”. Riconobbi immediatamente la voce di quel barbone, anche se in un primo momento non seppi cogliere cosa ci facessi a casa sua, bloccato. Sopra la musica romana, si sentiva un rimestio di cose, rumori di oggetti contro oggetti. “Io me ne sto annà. Pe sempre. Ar Vetro j’ha detto male, ma è annata peggio a te”. Provavo a guardare cosa stesse succedendo, ma ero completamente incastrato in qualcosa che non mi faceva muovere nemmeno un muscolo. Vedevo solo quella macchia e le sue ombre, sopra di me. “Ma lo sai tu a me che m’è successo?, che se t’ho ’o dico tu manco ce credi. Anzi te lo vojo dì, te lo vojo dì solo a te, che tanto tra ’n po’ mori, e non l’ho poi più riccontà a nisuno, perché me scoppia dentro la voja de dillo a tutto er monno che culo c’ho avuto”.
Quel tra poco muori, colpì la mia attenzione. Cosa voleva dire di preciso il vagabondo? Tutti dobbiamo morire, e tutti lo facciamo presto, se paragoniamo la lunghezza delle nostre esistenze a quelle delle rocce, delle stelle, dei pianeti. Quindi in realtà quella sua affermazione aveva un fondo di verità, anche se sembrava lui volesse darle un significato più recondito, sibillino. Poi si avvicinò mettendo la sua faccia sopra la mia, rise forte. “Lo voi sapé? He? Lo voi sapé che botta de culo c’avuto Giorgio Boregher?”.

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