Quella lieve voglia di sparire #6 – Dei pappagalli ammiro la loro voglia di parlare

di Roberto Albini

Siccome il giorno dopo era quello che Paolo dedicava alla simulazione della vita invertebrale, decisi di andare da solo a fare il primo giorno di ricerche. Lo so avrei potuto aspettare, in fondo non c’era nessuna fretta, nessuna scadenza. Ma io sono fatto così, se prendo un impegno, prima me ne pento, poi lo rispetto. Credo sia un problema di educazione, non solo mio, ma di tutta la mia generazione, piena di zii comunisti in casa, e nonni pronti a raccontarti di come, dopo il ventennio, ti hanno salvato il culo.
Dunque decisi di cominciare dall’aspettarlo davanti casa. Per carpire le sue abitudini, i suoi orari. Chiunque abbia visto almeno un documentario sul rapimento Moro, sa come si agisce in questi casi. Una volta arrivato a Termini cercai la via indicata da Greta, e la trovai senza difficoltà. In quel dedalo unto che è la parte interna di quella zona, ci si orienta seguendo la sporcizia sulle facciate dei palazzi. Più ci si inoltra, più i colori ocra delle palazzine ritinteggiate degli alberghi sfumano verso un grigio che ricorda la muffa sul formaggio marcio. L’asfalto sembra appena bombardato, e i marciapiedi pullulano di gente vestita di stracci, che trascina trolley piene di cianfrusaglie. Appena più giù, branchi di turisti ubriachi, cercano di distinguersi da quelli che fanno la coda alla Caritas attraverso i marchi sulle scarpe all’ultimo grido. Ma è una distinzione labile, che tende ad assottigliarsi durante la notte.
Il portone di Boregher si trovava proprio di fronte a un bar gestito da cinesi. Fuori del locale c’erano due tavoli di plastica rossa, che occupavano tutto il transito, probabilmente abusivamente, e fu lì che mi sedetti ad aspettarlo. Una signora sulla cinquantina, apparentemente una filippina che si spacciava per cinese e che provava a parlare romanesco, si avvicinò a chiedermi cosa desiderassi e sparì subito dopo aver ascoltato la richiesta. Intanto io non mollavo lo sguardo sul bersaglio: un portone di alluminio arrugginito, che si reggeva su uno stipite incrostato al quale mancavano pezzi di vernice. A fianco, sul davanzale dell’entrata di un negozio dalle serrande abbassate, un vagabondo panzone giaceva con la testa appoggiata su un borsone. Dormiva così bene che potevo sentirlo russare. Per il resto, dopo una rapida analisi, non sembrava ci fosse nulla di registrare ai fini dell’indagine.
Arrivai che erano circa le nove di mattina e alle undici e mezza nessuno era ancora entrato né uscito da quel portone. Pensai che era questo che nei film non si vedeva mai. Nei film gli appostamenti li fanno sempre in due, e quando non ridono o scherzano, si raccontano particolari intimi della propria vita, cercando di tenersi su il morale a vicenda. Ma quelle scene durano poco, cinque minuti al massimo. Cosa succede prima non ci è dato di saperlo. Come aspettano durante gli appostamenti i poliziotti di Los Angeles non lo sa nessuno, ma forse semplicemente si annoiano e pensano, come me, a quali super poteri gli piacerebbe possedere, e tra tutti scelgono quello di smolecolarizzarsi.
Uno stormo di pappagalli colorati, prese a girare intorno alla mia testa, in alto, sopra i palazzi, gracchiando in coro nella loro maniera esotica. Qualcuno di loro scese, curioso o annoiato pure lui, prendendo a razzolare sul marciapiedi proprio davanti al mio tavolo. Mi venne istintivo tirargli qualcosa da mangiare, preso pure io dalla voglia di provare quel piacere insensato che consiste nell’osservare volatili che mangiano molliche. Ma non avevo né pane, né altro di commestibile, allora sconsolato, tirai loro un centesimo che mi vagabondava in tasca. Subito un pappagallo notò i miei movimenti e si avvicinò curioso verso il pezzetto di metallo. Probabilmente non voleva mangiarlo, forse l’aveva capito che non era commestibile, ma volle ugualmente avvicinarsi a verificare. Dietro di lui, un altro pappagallo, più piccolo ma più colorato, colse il gesto del suo collega, e senza un apparente motivo, iniziò a seguirlo. Lo fece naturalmente, quasi ostentando indifferenza, per non destare sospetti, e quando il primo uccello aveva quasi raggiunto la moneta, quell’altro gli era arrivato quasi fianco. Il resto della comitiva, notando quel movimento rapido, si allertò gracchiando sguaiatamente rivolta ai due pappagalli egoisti. Uno di loro aprì le ali e con un balzo si portò in un istante tra i primi due. Allora gli altri pure si misero a correre ammassandosi uno contro l’altro, poi qualcuno perse la pazienza e cominciò a beccare chiunque gli capitasse a tiro. Chi veniva colpito a sua volta rispondeva sbattendo le ali, o ghermendo con le zampe, agitandosi mentre la polvere si sollevava e il volume deli echi dei loro versi idrofobi superavano quello della normale confusione cittadina di sottofondo. Qualcuno di loro si arrese e volò via, mentre gli altri continuarono ad azzuffarsi sparpagliandosi per la strada, fino a quando non rimase più nessuno di loro, lì di fronte a me, a battersi per quell’inutile centesimo di Euro.
Fu in quel momento che tornò la signora finta cinese, e raccolse la moneta.

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