Quella lieve voglia di sparire #5 – Capelli

di Roberto Albini

Non so per quale motivo, in quel momento mi vennero in mente i miei capelli. Credo non ci sia niente al mondo più dei nostri capelli, che riesca a farci cogliere meglio a che punto del deterioramento ci troviamo. Come nel ritratto di Dorian Gray, invecchiano al posto nostro. E più loro sono radi, più tu ti senti come svuotato di gioventù. Lo trovo pazzesco: una vita a costruirti una personalità, e un cambio di stagione nell’età sbagliata manda tutto alla malora. D’un tratto tutti i libri che hai letto, tutte le vittorie che hai conseguito, i lavori che hai svolto, non contano più nulla. Sei uno stempiato del cazzo, e basta. E’ come andare in giro un cartello dove c’è scritto game over.
Era a questo che pensavo mentre Paolo mi raccontava degli extraterrestri. Avevo avuto la percezione che avesse parlato per almeno un quarto d’ora. Con la coda dell’occhio lo vedevo sbracciarsi mimando forme nell’aria, ma io era assorto nei miei pensieri sui capelli, e non ascoltai nulla di quello che stava dicendo. Quando Paolo finì di raccontare, ci furono alcuni secondi di imbarazzante silenzio. Non avevo capito niente. Per svicolare, me ne uscii che in quel momento sapere come uccidere Borogher era secondario. Per capire meglio come agire, era indispensabile conoscere la vittima, le sue abitudini, dove viveva. Dovevamo seguirlo per un po’ e scoprire il suo punto debole. In quel modo forse non si sarebbe stato nemmeno bisogno dell’intervento degli spaziali. Funzionò.
Per prima cosa andammo a cercare Greta, che in quel momento viveva a casa di un ex circense nigeriano, dentro una fabbrica abbandonata sulla Tiburtina. La casa stava in una ex area industriale completamente spoglia di natura. Io e Paolo, una volta scesi dall’autobus, rimanemmo per qualche secondo fermi, basiti di fronte a questo panorama arido. Intorno a noi non si c’era altro che scheletri in ferro arrugginito che sbucavano da costruzioni diroccate, e pezzi di pareti tronche dalle finestre senza vetri, che sfidavano la legge di gravità e la propria forza di volontà. L’unica cosa viva mi sembrò uno strano carosello di persone, lontano nell’orizzonte, che si muoveva rapido e perciò in contrasto con la deprimente staticità del paesaggio. Sembrava una carovana, la carovana di un circo forse, perché al centro di quella fila si distingueva chiaramente un elefante poggiato sulle due zampe posteriori dimenarsi, non compresi bene se per gioco o per terrore. Il gruppo passò rapido, scomparendo dietro un rudere, lasciando così l’immobilità libera di riappropriarsi dei suoi domini.
Ci districammo in mezzo a quel cimitero di cemento, seguendo un sentiero fatto di sacchi neri dell’immondizia, e non ci volle poi molto a raggiungere Greta. U Gurilla, come lei chiamava il suo convivente, era una persona educata. Quando arrivammo andò personalmente a cercare due materassi per farci accomodare, e ci offrì un liquore casalingo, denso e amaro che noi facemmo finta di apprezzare. Dopo si congedò con una scusa, per farci restare soli, e prima di uscire ci pregò di tornare quando volevamo. Poi iniziammo a interrogare Greta.
Per capire che Borogher abitava nei pressi della Stazione Termini, in una traversa di Via Giolitti, che aveva un banchetto di libri usati a Piazza dei Cinquecento, e che viveva solo, ci vollero due ore di pazienti interpretazioni di quella strana lingua sbavante che parlava lei. Alla fine non eravamo nemmeno troppo sicuri di aver compreso tutto, ma eravamo stremati, Paolo in particolare, che non faceva altro che puntare il suo bullone cosmico verso Greta, nella convinzione che le sue radiazioni l’avrebbero aiutata a esprimersi meglio.
Anche in quella stanza umida alla quale mancava una parete, ad un certo punto iniziai a pensare ai capelli. Quelli di Greta, nonostante l’età, sembravano solo un po’ secchi, ma non erano radi. Questo mi fece venire in mente che forse gli uomini e le donne non deperiscono allo stesso modo, che le donne non si stempiano come noi uomini, ed è per questo che gli rimane più difficile accorgersi di quando il tempo è passato.

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