Quella lieve voglia di sparire #4 – Come uccidere un uomo

di Roberto Albini

Rimango sempre un po’ imbambolato, quando la realtà fa questi scatti superando l’immaginazione. Resto assorto in una specie di compassione rispetto alla ritrovata sensazione di assoluta vulnerabilità. La fantasia, in fondo, non è altro che la nostra capacità di astrarre cose che già conosciamo. Di fronte al mai pensato, non sappiamo far altro che guardare. Non creiamo fantasia, la sfruttiamo. Forse per questo le dissi sì. O forse bho.
Non avevo idea di come si potesse uccidere un uomo. Senza finire in galera, intendo. Nei film sembra relativamente semplice. Nelle sceneggiature l’omicida è sempre un fottuto genio del male, che progetta tutto a puntino ma che poi incontra l’immancabile agente più scemo ma più fortunato di lui, che lo scopre partendo da un pelo del buco del culo lasciato sulla scena del crimine. Alla fine la sensazione è che gli ha detto male, che con un po’ più di fortuna ce la poteva fare, e di solito tifo per lui. “Bravo”, penso, “è stata solo sfiga”. Oppure l’assassino è psicopatico, un vicino di casa, un insospettabile al quale piace collezionare milze di giovani minorenni vergini. Però in quel caso, si prova quasi pena per lui, voglio dire: è un povero malato di mente. C’è chi nasce con la dislessia e chi con la voglia di mangiare carne umana. Dov’è la colpa in tutti e due i casi? Non sono un appassionato di libri gialli. L’unico che ho letto me l’hanno spacciato per tale, ma già dalle prime pagine si scopre chi è l’assassino. E non lo insegue nessuno, scappa lui, lontano, convinto di essere perseguitato dalle forze dell’ordine. Poi finisce per diventare un barbone, e morire di stenti.
No, non ci sono esempi validi da prendere quando si tratta di trovare idee per un omicidio.
Decisi allora di coinvolgere Paolo, per vedere se in due sarebbero aumentate le probabilità di trovare un modo. In fondo Boregher doveva essere un mezzo vagabondo, uno di quelli che se vivono o muoiono non se accorge nessuno. Un mafioso qualsiasi, pure alle prime armi, lo avrebbe fatto mangiare dai maiali, e in due ore il problema sarebbe stato risolto.
Paolo seguì la storia di Greta e della sua proposta con molta attenzione. Era la prima volta che non mi interrompeva mentre parlavo inserendosi con tutt’altro discorso. Ascoltava assorto, guardando in basso, annuendo di tanto in tanto per far capire che stava capendo. Quando finii di raccontare, concludendo col problema del metodo omicidiario, fece un piccolo scatto, con tutto il corpo, come uno che si sveglia di colpo. “Io so come fare”, disse flemmatico. E tirò fuori dalle tasche un pezzo di ferro, una specie di grosso bullone. Me lo mostrò un istante tenendolo in esposizione sul palmo della mano, guardandosi intorno circospetto, poi lo fece sparire dentro i pantaloni. “Lo faranno loro il lavoro sporco”. Aggiunse a bassa voce. Mi venne spontaneo domandare chi fossero questi loro, almeno quanto a lui rispondere: “Extraterrestri, non hai visto?”, e mi mostrò di nuovo quel pezzo di ferro. Mi disse che lui visitava regolarmente un’astronave attraccata a Sutri, in provincia di Viterbo, nascosta nella folta vegetazione. Era lì che si era procurato quella prova, secondo lui inoppugnabile, quella che secondo la versione di Paolo doveva essere il meccanismo di un congegno che loro usavano per disfarsi dei rifiuti organici all’interno del disco volante.
Rimango sempre un po’ imbambolato, quando la realtà fa questi scatti superando l’immaginazione. Perché sono portato a pensare che se una cosa sembra impossibile, è probabilmente possibile. Perché era chiaro che Paolo nascondeva nelle tasche un semplice bullone, ma era pur vero che nessuno sa come è fatto un secchio dell’immondizia marziano.

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