Quella lieve voglia di sparire #3 – Cinquemila poesie

di Roberto Albini

Insomma, da quel giorno della pizzeria io e Paolo iniziammo a frequentarci. Cioè dico così, ma in realtà ci vedevano una o due volte al mese, in pratica quando decideva lui. Paolo non aveva un cellulare e, da quello che so, nemmeno un telefono fisso. Semplicemente mi contattava, mi chiamava da posti pubblici, non so come, sempre con un numero privato, a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza nessuna logica. Prima mi chiedeva come stavo, educatamente, e poi mi dava l’appuntamento. In genere non c’era richiesta nel suo tono, ma non era nemmeno un ordine, era come per dire: “non puoi scegliere”. O è così o alla prossima. Io ho sempre fatto in modo di starci.
Ci vedevamo a piazzale San Lorenzo, nell’omonimo quartiere. Sbucava da dietro l’angolo con quel suo maglione a righe (non gli ho mai visto nient’altro addosso), alzava un braccio, sorrideva, e poi si sedeva accanto a me. Paolo non era un buon interlocutore, era di quelli che non ti lasciano parlare, che iniziano a raccontare, a raccontare, senza mai fermarsi e senza mai darti la possibilità di inserirti nella conversazione se non per brevi istanti, nei quali loro invece di sentirti pensano a quello che devono dire dopo. Tuttavia a me piaceva ascoltarlo. Le sue storie erano sempre sopra le righe, a volte assurde. Aveva uno strano impeto quando narrava, come una persona che è stata per qualche motivo troppo tempo senza aprire bocca, e che ha fame di recuperare tempo. Paolo non mi parlava mai di altre persone all’infuori di lui. Non c’erano mai amici, o parenti, o anche solamente estranei, nei suoi racconti. L’unica persona che lo salutava, oltre a me, era Greta, dopo che gliela presentai.
Greta viveva lì, nella piazza, o a casa di chiunque aveva intenzione di ospitarla. Era una donna bellissima. Alta, sinuosa, con lunghi capelli biondi, la pelle straordinariamente chiara e liscia, anche se aveva più di cinquanta anni. Paolo non era mai puntuale nei suoi appuntamenti, perché in verità non ti dava mai un orario. Usava espressioni come “sera”, “pomeriggio”, e io di solito facevo un calcolo mentale per stabilire a che ora presentarmi. Ma sbagliavo sempre. Arrivavo sempre molto prima, mai dopo, e aspettavo a volte anche più di un’ora, che occupavo osservando la gente passare, e bevendo birra. In una di quelle attese, non potei non notare Greta seduta sulla panchina di marmo proprio davanti a me. Indossava un vestitino cortissimo che lasciava scoperte le sue lunghissime gambe affusolate, e una spalla, bianca e liscia come una perla. Forse a causa della birra, o della noia, presi a fissarla un po’ più del dovuto, così che lei si alzò per venirmi incontro. Rimasi stupito che la famosa tecnica dello sguardo avesse funzionato per la prima volta in vita mia, che una donna così affascinante avesse deciso di rispondere addirittura con un’azione diretta. Greta attraversò la piazza con un incedere da fotomodella e si venne a sedere proprio accanto a me. Anzi quasi addosso a me.
“U capisci u sicilianu?”. Mi disse in faccia, scoprendo a sorpresa una bocca completamente priva di denti. Le esse gli scivolano sulla lingua dando l’impressione che sibilasse invece di parlare. Greta ripeté due volte la frase prima che potessi comprenderla. Poi si mise in moto come un treno, per raccontarmi di questo suo arcinemico, un tizio che si chiamava Giorgio Boregher. Disse che una volta, poco distante da Stazione Termini, incontrò questo tizio mentre picchiava un cane. “Pigghiava u cani a coippi i catina!”. Ripeté con la veemenza di un’attrice drammatica mentre mi spalancava sotto il naso quella sua bocca sdentata che a ogni consonante fiottava bava. Lei, da quello che ho capito, si era frapposta a questa barbarie, attirando l’ira del Boregher, che per vendicarsi le fece sparire lo zaino. Lo zaino purtroppo conteneva le sue cincumila poesie, oltre a tutte le sue foto, che a detta di Greta, le aveva scattato un fotografo genovese (quasi ammiccando a un suo passato da modella). Ripeté questa cosa delle cinquemila poesie svariate volte, proprio per ribadire l’enorme patrimonio culturale andato perso in quel sopruso. E per farmi capire il valore della sua arte, tirò fuori dalla borsetta un foglietto di carta tutto stropicciato. Mi chiese se avevo una sigaretta da offrirgli, io l’accontentai, e lei prese a recitare leggendo dal foglio. Era una sua poesia, scritta in una specie di italiano elementare. Parlava di neve, e mani che sfioravano un corpo, ma senza apparente nesso tra le due cose. E pure se un nesso si fosse stato, anche se mi avesse rivelato un talento reale, recitato così con quei sputi e quei sibili al posto delle esse, sarebbe stato offuscato dalla grottesca comicità di tutta la scena. Io comunque le dissi che era bella. A quel punto Greta mi fissò come impietrita: “Tu ta firi ammazzari a Giorgio Boregher? Puru sulu a abbuscarlo finu a moriri?”, mi chiese scura.
Non colsi. “Me lo ammazzi a Giorgio Boregher?”, tradusse con visibile difficoltà.
E io risposi di sì.

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