Quella lieve voglia di sparire #2 – Bene, grazie.

di Roberto Albini

Ecco, è questo l’aneddoto con il quale mi piace iniziare a raccontare Paolo, quando me lo chiedono. Anche se poi Paolo è molto di più. In fondo siamo tutti molto di più di quello che sappiamo raccontare. E’ un po’ come con la saga di Guerre Stellari. Se devi spiegare la trama a uno che non l’ha mai vista, basta dire che è un film di fantascienza dove c’è una specie di setta i cui adepti sono dotati di super poteri, che uno di loro, l’eroe, è stato predestinato a sconfiggere un imperatore tiranno, incarnazione stessa del male, e alla fine ce la fa. A pensarci bene si potrebbe riassumere così anche la trama dei Vangeli, ma questo è un altro discorso. Il nocciolo è che appena si approfondisce un po’ la storia, iniziano ad emergere episodi, personaggi, intrecci nella trama, e diventa estremamente complicato da spiegare senza ad un certo punto perdere il nesso che collega tutti gli avvenimenti. Per questo quando mi chiedono di Guerre Stellari, taglio corto e dico: “Un gruppo di gente con superpoteri che sconfiggono un imperatore tiranno”. Ed è per questo che quando mi chiedono come sto, taglio corto e dico: “Bene, grazie”.
Ma ora si parla di Paolo, e quando si raccontano gli altri è sempre più semplice.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, io e lui non iniziammo a frequentarci da quella volta. Dopo il giorno della lentezza, non lo vidi più per quasi un anno. Tuttavia non mi ero scordato di quel ragazzo davanti ai tornelli della metropolitana. Lo raccontai un po’ a tutti lo svitato che si muoveva lentissimamente intasando la fila, era un argomento che divertiva e che si tirava appresso l’inevitabile lamentela su quanto la gente stia impazzendo, con annessi aneddoti personali di chi ascoltava. Quindi Paolo non c’era, ma in qualche modo c’era, in mezzo all’alcool, in parecchie di quelle notti che vedono il giorno.
Per rivederlo fisicamente però dovetti aspettare una sera che, tornato a casa, non avevo per niente voglia di affrontare la tristezza di cucinare solamente per me stesso. La fatica di lavare due pentole, a volte non vale l’importanza dell’ospite. Allora decisi di passare per la pizzeria all’angolo, per ordinare una Margherita. Nell’attesa uscii fuori a fumarmi una sigaretta, ed è lì che lo rividi. Stava seduto su un vecchio motorino blu, con indosso la pettorina della pizzeria, il casco in mezzo alle gambe, tutto concentrato a leggere dei foglietti che aveva in mano. Ma indossava lo stesso maglione e gli stessi pantaloni di quella volta, e non ci potevano essere dubbi che quello fosse proprio il tizio matto della metropolitana, e che adesso evidentemente lavorava in quella pizzeria. Allora mi avvicinai, stupito e allo stesso tempo divertito. Stavo facendo una cosa assolutamente nuova per me, cioè avvicinarmi a uno sconosciuto per rivolgergli la parola, eppure mi sembrava che con lui potessi farlo, che partivo da una situazione di superiorità in quanto io suppostamente normale, e lui suppostamente strano. – Io credo di conoscerti -, dissi con un tono un po’ imbarazzato, biascicando le consonanti. Lui alzò lo sguardo, serrò gli occhi come per mettermi a fuoco, ma non disse nulla. Non mi stava ignorando, anzi, mi fissava negli occhi, però non diceva una parola. – Forse non ti ricordi, era quest’inverno, in metropolitana, tu… Insomma era il tuo giorno della lentezza -, aggiunsi. Paolo sorrise, e annuì, senza rispondere. – Ecco insomma, mi sembrava buffo averti rincontrato proprio sotto casa mia, non so spiegarti specificatamente il motivo, così come non potrei entrare nel dettaglio della trama di Guerre Stellari, ma mi è venuto di dirtelo. Tutto qui -. Allora Paolo prende uno di quei foglietti che aveva in mano, e inizia a scrivere qualcosa, ci mette un attimo e poi me lo mostra. Sul foglio c’era scritto “Ciao, sono Paolo”. Quel pezzo di carta ancora lo conservo, un po’ perché in genere conservo tutto, un po’ perché è l’unica cosa che mi è rimasta di lui, e a volte devo guardarlo se voglio ancora ricordarmi noi due. Aspettò qualche secondo per assicurarsi avessi letto, poi lo ritrasse per aggiungere a penna un’altra riga e di nuovo me lo porse: “Scusa, oggi è il mio giorno del silenzio”.

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