Quella lieve voglia di sparire #1 – Superpoteri

di Roberto Albini

Conobbi Paolo un giorno in metropolitana, davanti ai tornelli per la precisione. C’era una lunga fila ed erano in molti a bestemmiare con le braccia rivolte verso l’entrata obbligatoria. Quando mi sporsi per vedere cosa stava succedendo vidi un ragazzo, magro, non troppo alto, vestito con un paio di jeans due taglie più grandi e un vistoso maglione a righe colorate, fermo impalato di fronte al tornello. Teneva una mano in tasca come stesse tentando di estrarre qualcosa, con l’espressione tesa nello sforzo immaginario di non riuscire ad afferrare quel qualcosa. Stava lì, in quella posizione, fermo come una statua o quegli attori di strada dipinti da faraone.
La gente, tra insulti e minacce, prese a dirigersi verso altri tornelli, un uomo involontariamente mi diede una spinta che per un attimo mi fece perdere la concentrazione. Quando tornai a guardare quel ragazzo, mi accorsi con stupore che la sua posizione era cambiata. Adesso teneva in mano un biglietto, per metà ancora dentro la tasca, il gomito alzato a mimare il gesto rapido di chi vuol tirare via un oggetto pesante, e aveva un’espressione sorridente. Tra me e lui c’erano rimaste due persone. Era una coppia, sulla mezza età, sicuramente stranieri, forse tedeschi. Lo osservavano in quel modo che hanno i turisti quando scrutano la realtà del paese che stanno visitando, sempre incerti se si stanno trovando davanti a una stramberia o a un costume locale, e sempre pronti a considerare l’ipotesi che nella maggior parte dei casi le due cose coincidono. Non protestavano. Ogni tanto si scambiano sguardi interrogativi parlottando tra loro; la donna era più impaziente e di tanto in tanto allungava il collo per cercare un aiuto ufficiale. Ma non c’era nessuno, come al solito. La statua umana intanto aveva di nuovo cambiato posizione. Ora il biglietto era completamente fuori della sua tasca, se l’era portato davanti agli occhi, come per controllare se fosse ancora valido. Il sopracciglio destro arcuato, a mimare scrupolo e dubbio.
La tedesca all’improvviso si gira verso di me e mi sputa in faccia una dozzina di consonanti. Dal tono della frase capisco che mi ha fatto una domanda. Siccome immagino non può aver chiesto qual è il mio gruppo preferito, alzo le spalle e scuotendo la testa le faccio capire che nemmeno io so cosa stia succedendo a quel ragazzo. La donna sbuffa. Dice qualcosa al marito il quale sbuffa anche lui. Mi sento orgoglioso di non conoscere il tedesco, perché in quel momento se lo avessi saputo sarei stato costretto a fargli notare che ormai la fila si era dissipata, e che sia alla nostra destra che alla nostra sinistra i tornelli erano completamente liberi. Gli sarebbe bastato cambiare fila per riuscire a varcare la soglia. Ma io non parlo tedesco, e soprattutto loro sono tedeschi, quindi si voltarono di nuovo verso Paolo che in quel momento mimava immobile l’atto di stare per inserire il biglietto nell’obliteratrice.
Quando c’è da attendere spesso, per passare il tempo, m’immagino quale super potere mi aiuterebbe in quella situazione, come quando sto nel traffico a pensare a quanto sarebbe bello avere dei missili da sparare alla vecchia signora in Panda a venti all’ora sulla tangenziale. Così presi a immaginarmi di avere il dono di poter scomparire a mio piacimento. Non di diventare invisibile, servirebbe a poco. Intendo letteralmente sparire, dissolversi, vaporizzarsi. Smettere di avere un corpo, una mente pensante, posti da raggiungere, doveri da rispettare, errori ai quali rispondere. Fondersi con gli atomi dell’aria, diventare nulla. Se avessi potuto, quel giorno avrei usato quel potere ne sono certo.
I tedeschi abbandonarono la lotta. Non scelsero un altro tornello, ma tornarono indietro e uscirono dalla stazione. Rimanemmo soli io e lui, che stava fermo con il biglietto dentro l’obliteratrice.
– Cosa ti succede? – gli domandai. Fece un movimento, lentamente, portandosi retto, le braccia lungo il corpo, il viso rivolto ancora all’obliteratrice. Rimase così per un paio di minuti, poi volse la testa verso di me, senza dire niente. Passarono altri quattro o cinque minuti, che lui utilizzò prima per girare anche il busto, e poi per alzare un braccio nella mia direzione, indicandomi.
– Oggi è il mio giorno della lentezza -. Rispose.

Annunci