L’ultimo genio sulla faccia della Terra

di Roberto Albini

Dove prima c’era una farmacia, hanno aperto un pub. Ha le porte di finto legno; un’insegna luminosa che abbaglia troppo e non riesco a leggere cosa c’è scritto; una vetrina dove prima il farmacista esponeva le creme per la pelle e da dove adesso si possono osservare le persone divertirsi. Hanno la stessa espressione dei tubetti di crema. Rimango qualche secondo davanti all’entrata della birreria, indeciso. Cercavo un Oki, ma devo arrendermi all’evidenza che invece sono stato trovato dall’alcol.
Mano a mano che la storia avanza, i mezzi attraverso i quali tentiamo di interpretare il destino si fanno sempre più miseri. Se mi cade l’orologio, mi sta pensando qualcuno il cui nome inizia con la “o”. Se mi ama, adesso passa la metro. Mi sono sognato la madonna di Fatima che mi rivelava il sesto segreto, controllo a che numeri corrisponde. Mi fa male la vita e incontro una birra: è un chiaro segno del destino.
Apro la porta di scatto e attendo prima di proseguire. E’ presto, c’è poca gente, il barista mi nota e mi fa un cenno di saluto, sbracciandosi come già mi conoscesse. Sorride. Allora mi sento in obbligo di rispondere, così, giusto per non deluderlo. Alzo un braccio, ma in maniera goffa, a causa dell’imbarazzo naturale che mi dà il comportamento strano delle persone da quando quell’asteroide s’è schiantato sulla Terra. Poi il Tizio mi fa segno di avvicinarmi al bancone. Io ubbidisco. Non so perché, sul serio, ma avanzo lentamente guardandomi intorno, per non dare l’impressione di stare eseguendo un ordine. Mi siedo sul primo sgabello libero, appoggio i gomiti sul banco, e subito quello mi domanda cosa voglio. Mi viene da rispondergli “un futuro”, ma poi mi ricordo dell’asteroide, e soprattutto di come li ha ridotti. Così chiedo un whysky. Il barista mi guarda storto. Si gira verso lo scaffale dove sfilano in bella mostra le bottiglie, ed inizia a fissare quella parete di vetro. Sembra indeciso. Ne indica una col dito, e mi chiede con gli occhi se è quello che ho domandato. Io non riesco a vedere nemmeno di che tipo di alcolico si tratta, ma annuisco. Non so perché, sul serio, ma annuisco, e lui prepara il bicchiere.
Alla fine mi porta un limoncello, con ghiaccio e una scorsa di limone incastrata nel bordo della coppa. I nostri sguardi s’incrociano. Dopo l’asteroide hanno tutti gli occhi così, stanchi. E io non infierisco sulle stanchezze altrui. Bevo. Bevo e penso nel vano tentativo di farmi compagnia, ma per quanto la mia diversità mi faccia sentire allo stesso tempo il mio migliore amico, non posso fare a meno di cercare un contatto umano. Deve essere per questa cosa che abbiamo ancora un pezzo di coda, e che la colonna vertebrale ci sostiene, per incapacità all’abitudine, come vestiti stesi ad asciugare. Deve per essere questa cosa, che l’alcool scioglie gli argini alzati durante gli anni passati ad imparare a esistere. Deve essere per questo, o per qualche altra scusa, ma mi viene voglia di parlargli.
Dieci minuti fa, pensavo che i mezzi attuali con i quali tentiamo di interpretare il destino sono puerili come la nostra epoca. L’oroscopo dei giornali, per esempio. Dopo che mi sono seduto, però, ci ho ripensato. In fondo prima si cercavano risposte osservando le interiora di uccelli. Ci pensa? Voglio dire, forse siamo sempre stati così. Non esiste un passato saggio: siamo sempre stati cretini. Non siamo noi a peggiorare, ma la nostra consapevolezza ad aumentare.
Il barista rimane fermo, mi riguarda con quell’aria di poco fa, quella tra il basito e il contrariato.
Poi si gira di scatto, e mi indica una bottiglia.

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