Zanzare

di Roberto Albini

Adoro quest’ora in estate, a Roma, quando nessuno osa uscire da casa. Le strade si riempiono di rumori alieni alla grande città. Il frinire delle cicale, lo sciabordio delle fontanelle, dialoghi lontani che rimbombano tra i cassonetti dell’immondizia lasciati aperti.
Percorro una strada senza ombra alcuna, impegnandomi solo lo stretto necessario per andare avanti. Non ho scuse, ho scelto io di uscire a quest’ora in una giornata d’estate quando pure l’asfalto suda. E allora si tratta solo di resistere, di impedirsi questo sentimento estivo, nel quale tutto rimane sospeso in attesa dell’inverno, come le diete in attesa del lunedì, e continuare a smadonnare per campare.
Percorro una strada senza ombra alcuna, e la fatica che compio nell’attraversarla mette in dubbio lo scopo che mi sta spingendo a farlo, ma non è una sensazione nuova. L’abitudine a vivere male mi aiuterà ad arrivare dall’altra parte della strada, basta che infili questo caldo insopportabile nella lista delle cose che quotidianamente sopporto per convenzione sociale. Un’altra fatica evitabile, null’altro è diventata l’estate da quando l’ho aspettata e lei non è passata.
Percorro una strada senza ombra alcuna, mentre mi domando che fine abbiano fatto le zanzare a Roma. Forse le pantegane se le sono mangiate tutte, o i cinesi hanno imparato a condirci i gatti. Forse si sono trovate un altro posto, meno afoso, con gente col sangue meno amaro. Sarebbe il capolavoro dell’evoluzione.
Io qui a sudare, e loro chissà dove a respirare.

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