Federica

di Roberto Albini

A volte ho paura che non ne uscirò mai. Che quel pensiero rimanga in eterno in una zona della mia mente, come un buco nero, inavvicinabile, terrificante. Un punto oscuro, profondissimo, radioattivo. Un piccolo sassolino dotato di una massa spaventosa che attrae a sé tutti gli altri pensieri, divorandoli. E io lì, a passare il tempo a fuggire, fuggire lontano da lui, da quell’angolo canceroso dove vanno a morire i miei giorni. Mentre corro, tutto intorno a me scappa via come il paesaggio dal finestrino di un’auto in corsa.
L’età ha solo abituato le mie abitudini a questa mesta convivenza. Lui dal canto suo non urla più come una volta, non infila più i suoi aghi roventi nelle ferite, ma piuttosto fiaccato dalla mia resistenza, ha preferito assopirsi sotto forma di gas, che stinge i colori di qualsiasi emozione. La notte poi estende il suo dominio, espandendosi nel suo terreno naturale come qualsiasi creatura maligna. Perché quel pensiero, quell’antro oscuro dove non posso mettere piede all’interno della mia mente, è vivo, e reclama una vita. La mia.
Spesso lo sento respirare. E’ come un rantolo, a tratti un pianto, un lamento di neonato, un inspirare faticoso rotto da gemiti. In quei momenti non cadere nel suo vortice mi è impossibile, e la reazione istintiva e incontrollabile che ho è quella di tirarmi fuori il cazzo e iniziare a masturbarmi in maniera isterica. Ovunque mi trovi, se scivolo in quel pensiero, mi slaccio la cintura, abbasso i pantaloni, poi mi rannicchio a terra in posizione fetale e mi sacco fuori il cazzo già inturgidito dal nervosismo, agitandolo veloce fino a quando non vengo. Solo allora posso risalire da quel baratro, allontanarmi dalla sua forza d’attrazione, e riprendere il controllo di un corpo che a tratti non mi appartiene più. Il fenomeno succede due, tre volte al giorno, ma ho avuto anche punte di cinque.
Quelli che mi stavano intorno, al principio manifestavano solidarietà. Col tempo però frequentare qualsiasi persona divenne impossibile. Mi succede in maniera assolutamente imprevedibile, in qualsiasi circostanza, di fronte a chiunque, anche ai bambini. Allora ho iniziato a recludermi: esco il meno possibile, parlo poco, solo quando serve, non uso il telefono, non uso i social, io resto semplicemente immobile. E lo osservo.
Fisso quel pensiero immaginandolo dentro una gabbia fatta di un materiale che posso pensare solo io, indistruttibile, efficace al cento per cento. Il pensiero rimane lì, non può muoversi non mi può avvelenare, respiro finalmente aria pulita, riesco persino a sentirmi liberato. Lo tengo bloccato dentro la gabbia, mentre assaggio la particolare sensazione di potenza che dà il non essere prigione di se stessi, fino a quando, fomentato dallo stato appena conquistato, in un’ispirazione di speranza, può capitare addirittura io riesca a intravedere uno scorcio di futuro.
E subito riprendo a menarmi l’uccello.

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