Maria

di Roberto Albini

E cosa che vuoi che ti dica Marì, santa non lo sono mai stata. E’ che i santi stanno in paradiso, tra le nuvole e pure quando stavano sulla Terra sembravano tipo strafatti. Io le droghe per carità Marì. Cazzi in culo quanti vuoi, ma droga mai, nemmeno uno spinello. Sai com’è, sarà stata l’educazione tradizionale che ho ricevuto da mio padre, che quando tornava a casa mica poteva vedere qualcosa di strano. Figurati. E quello prendeva a mazzate prima mia madre, poi a noi figli che non capivamo nemmeno che succedeva. Io vengo da una famiglia all’antica Marì, non sta bene che le donne fumino o bevino. Le donne si possono solo mettere a novanta gradi.
Quindi che vuoi che ti dica Marì? Il classico. A diciassette anni, mi sono fidanzata col primo che è capitato e me ne sono andata a vivere con lui, al paese a fianco al mio. Aveva quindici anni più di me, e gli piaceva fare le cose strane Marì. Certe sere chiamava gli amici e voleva che io stavo con tutti loro, mentre guardava. Capito Marì? Quello mi voleva far fare la puttana. Così gli ho detto: “Bello mio, se devo fare la puttana mi sta bene, ma allora ci voglio guadagnare”. La notte stessa mi sono messa a battere, in una stazione di servizio qui vicino, lui mi ci accompagnava e poi mi veniva a riprendere, tutti i giorni. Cosa vuoi che ti dica Marì, l’amavo, non l’amavo, e chi lo può dire. E chi lo puoi dire, dopo la sfiammata iniziale, se si ama o meno una persona, o magari gli si vuole solo bene o addirittura è affetto. Nessuno, tranne noi, se ce lo chiediamo. E se non lo facciamo, cosa vuoi che ti dica Marì?
Ma abbiamo avuto due bambini, ai quali non ho fatto mai mancare niente. La mamma loro scendeva tutte le sere, al tramonto, solito cappuccino all’Autogrill, un giretto nella piazzola dei camionisti, e pompino dopo pompino gli ho potuto dare un futuro a ste creature mie. Il più piccolo s’è addirittura laureato, e quell’altro vive a Londra, capito Marì? Fa il disk jockey, o qualcosa del genere, però sta bene. Mi chiama sempre.
Insomma Marì che vuoi che ti dica? A un certo punto l’Autogrill in quel tratto della statale l’hanno chiuso e spostato venti chilometri più giù, il traffico della zona è cambiato e qui non ci passa più nessuno adesso. Mio marito non lavora dal millenovecentottantasette, e io con i vecchietti, i fraticelli francesi del convento, e qualche marito annoiato, mica ci faccio tanto. Così una sera stavo davanti alla televisione, a pensare come pagare l’affitto di mio figlio in Inghilterra, e c’era un programma dove gente stranissima provava a battere record sulle cose più astruse, tipo uno che tentava di trascinare un camion con i denti, un altro che si infilava una quantità spropositata di cerini nel naso. Poi alla fine se ci riuscivano quelli li ricoprivano d’oro, per aver mangiato vermi o per essersi bevuti dieci litri d’acqua. Da quel giorno Marì, m’è venuto sto pallino. E che io sono da meno di loro? E che una cosa non me la invento Marì?
E infatti qualche tempo dopo m’è venuta l’idea. Mi compro sto libro pieno di queste stranezze e mi metto a cercare qualcosa che non ha fatto nessuno, o che ho qualche prova nella quale ho qualche possibilità di battere il record. Leggi che ti rileggi Marì, trovo questa cosa, cioè una volta una ragazza ucraina ha fatto l’amore con millequattrocento uomini. Io se mi faccio i conti sono stata con molti di più in trent’anni di carriera, e poi che ci vuole Marì? Stai a gambe aperte per un po’, ti porti qualcosa da fare, parli con le persone. Insomma si può fare, me lo sento. Chiamo al Guinnes e gli comunico la mia intenzione. Questi Marì, tutti contenti! Prima mi hanno chiesto se ero sicura, poi mi hanno subito mandato un incaricato a casa, che si è portato giornalisti e fotografi. Il giorno dopo già stavo in terza pagina sulla Gazzetta di Formicola. Ma questo è niente: mi hanno chiamato le radio, i talk show, e poi i giornali stranieri, internet. Una cosa Marì che non te la puoi immaginare, però andava bene così perché manco m’ero infilata il primo pisello, già iniziavo a vedere i soldi. Il piano funzionava.
Insomma Marì, grazie a tutto sto tam tam, il giorno stabilito per affrontare il record il paese era pieno di persone. Addirittura il sindaco aveva previsto tutto un piano particolare, manco fosse il Grande Giubileo. A fare i pretendenti erano venuti da tutta Europa, li avevano messi in fila indiana. Il primo era un ragazzo di colore che brandiva il suo arnese impugnandolo con due mani come fosse una canna da pesca. I fotografi ci invitavano a sorridere alla camera, e il ragazzo a un certo punto s’è messo pure a salutare. Allo scoccare dell’ora di partenza qualcuno fece esplodere in aria dei fuochi d’artificio. L’africano mi si gettò addosso con scatto atletico e prestanza, come un professionista dei tuffi. Iniziò a pomparmi con irragionevole irruenza visto che non era previsto un limite di tempo. Io lo osservai per un po’ poi la mente andò lontana, a mio figlio minore in Inghilterra nel suo bel loft con vista bosco, e all’arredamento per lo studio del maggiore, che era così tanto che lo desiderava. Quando tornai dal mio divagare, sopra di me c’era un uomo in sovrappeso, con barba e occhiali. Doveva essere una persona dolce, perché accennò un sorriso mentre le sue gocce di sudore mi schizzavano in viso.
Avevo diritto a una pausa per rinfrescarmi e idratarmi ogni ora. Degli inservienti mi portavano da bere e volendo anche da mangiare. Un dirigente dei Guinnes in giacca e cravatta, sedeva accanto al giaciglio con espressione meccanica. Sembrava vivo solo quando fermava e faceva ripartire il timer. Dopo cinque ore Marì, stavamo già mille. Quando il millesimo mi entrò dentro volle chiavarmi alla pecorina, allora i fotografi sfruttarono quel momento per cambiare inquadratura, e in aria si sentirono di nuovo esplodere del fuochi artificiali.
Qualla mattina Marì, alle nove e diciotto come certificò il giudice, mi montò lo sconosciuto numero millequattrocentouno. Che emozione Marì. Tutti i flash, i microfoni in faccia. La banda del paese suonò “We are the champions”, e quel manichino col timer si alzò in piedi, guardandomi come fossi diventata reale solo in quel momento. Mi strinse addirittura la mano, e disse qualcosa in americano che io non ho capito.
Che vuoi che ti dica Marì? Sarà stata l’emozione.

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