Giorgia

di Roberto Albini

Un sacco di tempo fa frequentavo Federico. Federico possedeva lo stesso carisma di una sedia, la cultura di un leghista, il senso dello spirito di una battuta di Ric e Gian, però era bello. Era bello come quelli che ti appaiono nei posti più squallidi, apposta affinché possano risaltare di più, tipo nel vagone di una metro, in mezzo tra uno pelato in sovrappeso e un vecchio che dorme appoggiato con la sguancia sbavata appoggiata a una sbarra. Quelli come Federico si materializzano proprio al centro di quella natura morta, con una maglietta attaccata a un fisco naturalmente tonico, dove il disegno stampato sul petto si diverte a fare lo slalom tra dossi di muscoli che probabilmente tu non hai mai posseduto se non in forma semifluida. Quei capelli, tagliati sempre all’ultima moda, così forti, luminosi; a te ti stanno appiccati col sudore alla fronte, a loro scendono morbidi come zampilli di una fontana. Federico era così, di quelli che poi te li ritrovi in televisione, con tutta la gente che prova ad assomigliargli, a vedere se pure loro riescono ad avere il carisma di una sedia e la maglietta frastagliata. E molti ce la fanno.
Federico attirava figa come fa una lampadina accesa di notte con le zanzare.
Iniziai a frequentarlo proprio per questo, cioè uscire con quelli belli è la tecnica base dei cessi. E i primi tempi funzionava pure, indubbiamente. Le ragazze si avvicinavano usando qualsiasi stupida scusa, e poi finivano tutte per chiedergli il numero di telefono che però lui regolarmente si rifiutava di dare. E’ troppo pieno, pensavo io. Chiaro, questo non è un uomo, è un valico di frontiera, troppo traffico, e lui è logico faccia selezione. Però poi cominciai a notare che passava moltissimo tempo con me. Ci frequentavamo a scuola, il pomeriggio al parco, e poi eravamo giovani, troppo giovani, e la sera raramente uscivamo. Così iniziai a domandarmi dove trovasse il tempo per sbrigare tutte quelle pratiche. Feci qualche domanda, anzi più che domande allusioni, piccoli riferimenti a quanto era fortunato lui che si poteva trombare tutte quelle che voleva, ottenendo in cambio solo sorrisetti forzati, mugolii incomprensibili, piccoli colpi di tosse isteriche. Dunque avevo tutti gli elementi per farmi venire dei sospetti. I sospetti però rimasero lì, appesi a quell’età, indefiniti e indefinibili. Dopo un po’ smisi di frequentarlo per una di quelle ragioni indeterminabili che causano la fine di certe amicizie, passò il tempo, l’adolescenza, la prima maturità e di Federico quasi mi dimenticai.

Giorgia me la ricordavo più alta. O forse ero io a essere più basso quando lei abitava nel mio stesso pianerottolo, da ragazzi, e tutti i pomeriggi al rientro da scuola mi pregava di trovargli il modo di conoscere Federico. Quando mi fermò per strada, quasi venticinque anni dopo, quasi non la riconoscevo. Portava uno di quei piumini che fanno assomigliare tutti a sacchi dell’immondizia, i capelli più corti, radi, di un colore arancione indefinibile. Per un attimo la guardai smarrito, poi non so cosa nel suo modo di sorridermi me la fece tornare in mente. Un giorno, alla fine, riuscii a farli incontrare, e Federico se la portò a Villa Pamphili, dopo il tramonto, entrando in un buco nella rete, che conoscevano tutti.
Mi domanda cosa faccio, se sono sposato se ho figli, come sto, io gli rispondo che fumo ancora nonostante non ci provo più tanto gusto. Lei sorride, mi ricorda che sono il solito stronzo, poi entriamo in un bar e come succede in questi casi, ci scordiamo quasi subito del presente e parliamo del passato. Ci ricordiamo di quando i nostri genitori si frequentavano, della vecchia del piano di sopra che cantava a tutte le ore, poi dico quella cosa di Federico e di Villa Pamphili, e lei scoppia a ridere. Rido anche io, per cortesia, ma non capisco il lato divertente della questione. Lei intuisce il mio stupore e ride ancora di più. E’ quel tipo di sorriso finto che le donne fanno quando stanno per iniziare a parlare di qualcosa di intimo. Giorgia dice che non è incredibile io non lo sappia, che l’ho frequentato troppo bene per non essere a conoscenza del fatto che era impossibile fare sesso con Federico, perché il suo cazzo emanava un odore nauseabondo. Dice che una cosa del genere non poteva essere una questione d’igiene, perché era un fetore troppo intenso. Mi raccontò che quella volta nel parco appena lui si tirò giù i pantaloni lei iniziò ad avere conati di vomito, che non poteva avvicinarsi perché si sentiva male. Insomma la serata finì con un rientro muto, e un’omertà pietosa.
Giorgia cambia argomento, mi parla dei suoi figli, del suo lavoro, ma io quasi non l’ascolto. Annuisco per un tempo che mi sembra infinito poi ci salutiamo con un abbraccio e la solita promessa che sappiamo tutti e due non manterremo. Mi accendo una sigaretta. Chissà che sta facendo Federico in questo momento.

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