Dodo (XV – Il ciclista)

di Roberto Albini

Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.
Allora, niente. Che io nemmeno la volevo pigliare la bicicletta quel pomeriggio, ma c’è la mia ragazza, che io amo, ma che sta sempre a lì a farmi notare la pancia, e insiste, insiste: “E guarda Manuel come sta in forma”, “Ma lo sai che avete la stessa età, e lui sembra tuo nipote”, e avanti così. Manuel è un suo collega, il suo migliore amico come dice lei, che passa i pomeriggi a parlarci al telefono. Dunque Signor Maresciallo, io glielo giuro non ci volevo andare in bicicletta quel pomeriggio maledetto. Non mi sarei mai sognato di alzarmi dal divano, e non mi offenda, che fuori dalla sua portata è solo dovere e noia, e piuttosto mi dovete dare fuoco ma io da lì non mi smuovo. Eppure quella, quella che amo, ha insistito e quindi…
Dunque Signor Maresciallo, io da casa mia ho due strade che posso percorrere in bicicletta: una fa un pezzetto di strada asfaltata poi s’immette nelle campagne ed è pure bello passeggiarci che ci sono gli alberi che formano come un tunnel, e poi non ci passa mai nessuno e si possono ancora ascoltare gli animali. Non quella specie di cornacchie di città, o l’abbaiare di quei cani mezzi froci e isterici che vivono negli appartamenti, ma animali veri, quelli che di solito ascolti solo nei documentari. Ci sono alcuni versi che non fanno pensare a nessuna forma vivente conosciuta: dei fruscii, seguiti da piccoli rantoli, per questo io lo capisco quando credevano fossero gnomi o elfi, e non ci pensavano che magari c’era qualcuno che scopava nelle frasche.
L’altra strada costeggia la città ed arriva proprio davanti al tribunale. Quando si ritorna al tramonto, i palazzoni stile abusivismo edilizio anni Ottanta iniziano a spegnersi uno ad uno, e macchiarsi delle piccole tenui luci arcobaleno dei televisori accesi. Quando si ritorna che è ancora giorno, invece, appaiono disabitati, ti guardano muti, impassibili come montagne e sembrano privi di scopo, buttati lì a riempire lo spazio. Intorno c’è poca vegetazione, i rumori sono quelli di sempre: famiglie che litigano, tifosi che esultano, bambini che piangono e marmitte che imbrattano. La sera prima aveva piovuto, la mia ragazza, che amo, c’ha tenuto a consigliarmi l’asfalto perché Manuel aveva percorso la rotta campagnola quella mattina e si era sporcato tutto di fango. Anche Manuel, aggiunse, mi consigliava la città.
Allora Signor Maresciallo, mi sono alzato dal divano. In Tv stavano trasmettendo un servizio su una nuova moda dei giovani che consiste nel darsi fuoco riprendendosi sul telefonino per mettersi sui social. Ad un certo punto hanno intervistato un prete ma quella che amo parlava ad alta voce, al telefono, con Manuel, e non ho capito cosa stesse dicendo. E’ stato in quel momento che mi sono alzato Signor Maresciallo, e sono sceso. Manuel riesce a fare sei volte il giro di Manate in bicicletta. Io a metà giro non riesco a fare a meno di contare quante sono le cose che in quel momento mi piacerebbe fare molto di più che sudare ansimando, seduto su un pezzo di ferro a farmi arrossare le palle. Però Signor Maresciallo la amo. Lo faccio solo per quello, per la figa.
Dunque, che succede. Io arrivo nei pressi del tribunale, e inizia ad alzarsi il vento. Le lattine, abbandonate ai bordi della strada, rotolano scontrandosi con le bottiglie di birra, ed è tutto un volteggiare di fazzoletti usati e pezzi di giornale. In questo vortice, di tanto in tanto, una foglia di qualche specie di quelle che vedo tutti i giorni ignorandone il nome. Io penso: “Lo sapevo, guarda se non va a piovere proprio il giorno che decido di uscire”. Ma poi alzo lo sguardo e non c’è nemmeno una nuvola. E’ solo vento, un forte vento. Allora continuo avvicinandomi al palazzo di giustizia. Ora c’è da fare una premessa: forse mi sbaglio. Sto sotto giuramento Signor Maresciallo: forse mi sbaglio.
La mia ragazza, che amo, lo dice sempre: “Guarda che forse ti sbagli”, perché in verità uno si può sbagliare. Nel valutare dico. Nell’analizzare, nel calcolare, situazioni, luoghi, circostanze. Stavo solo, in mezzo a un’improvvisa folata di vento, le voglie lontane, la stanchezza, le palle irritate. E l’aria all’improvviso si agita di colpo, il vento sale, diviene prima un mulinello, poi un vortice, infine si alza imponente a formare un tornado. Dura qualche secondo, gli alberi si piegano ad osannarlo, poi si spegne. Torna a essere flusso d’aria veloce, mi tengo stretto alla bicicletta ho paura di volare via anche insieme ai fazzoletti di carta usati. Seguo con lo sguardo la direzione dell’aria e arrivo a mettere gli occhi sul palazzo del tribunale che proprio in quel momento esplode senza rumore, infrangendosi semplicemente come pigiato dal dito di un gigante.
E in mezzo a quelle schegge due figure Signor Maresciallo, un uomo e un bambino, forse. Nel cielo, veloci come ombre di gatto, un lampo al contrario che si confonde con la spazzatura e la polvere sparsa in aria dal vento. Ne sono sicuro Signor Maresciallo, oppure voglio esserlo, che è la stessa cosa.
Quei due sono volati via.

FINE

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