Dodo (XIV – Se non avessi mai tagliato piedi)

di Roberto Albini

Se non avessi mai tagliato piedi, sicuramente sarei finito come uno di quelli che ciondolano, oscillando tra un pieno e un vuoto, un pieno e un vuoto, fino a quando non riescono più a riempirsi a sufficienza e allora galleggiano. Il mare in questo caso è una fitta rete di abitudini, piccoli gesti, il modo in cui si toccano i capelli, il modo come si infilano le scarpe, la loro lista di colori preferiti, i loro capisaldi della musica. Per loro passano le settimane come sabbia sulle dune di un deserto, nel quale tutto continuamente cambia per restare uguale. Al massimo peggiora. Non si attaccano mai veramente a nulla, mentre il nulla gli si avvinghia, pigra e consolante uscita d’emergenza. Se non avessi mai tagliato piedi per Ugo Pizzi, ora sarei come uno di quelli che a un certo punto smettono di camminare, incapaci di proseguire ma anche di tornare indietro. Sarei stato di quelli che quando immaginano il futuro non sanno dargli un colore, lo tingono di trasparente o buio pesto a seconda della stagione o del grado di stanchezza. La direzione non ha più importanza, perché è lei stessa a dirigerli. Ammazzano il tempo per non ammazzarsi, e quando dormono si sentono finalmente a casa.
Per dare senso alla vita di un nano, ci vuole molto di più che una buona intenzione.
Quando mozzavo i piedi, pensavo solo al modo per farlo nella maniera più rapida e precisa possibile. Mi concentravo solo su quello, mentre tutto il giorno camminavo cacciando i piedi più grandi, o più fini o larghi, a seconda di come ordinava Pizzi. Cessavano i ricordi, smettevo di essere un nano del cazzo, e divenivo un professionista, un protagonista del futuro, che come quello di tutti non aveva colore, ma la forma di un piede. Non sceglievo mai vecchi, né bambini, gli altri erano tutti potenziali vittime. Mi piaceva il modo con il quale la gente mi lasciava avvicinare, incuriosita dalla mia statura, dal mio apparire buffo quindi automaticamente innocuo, e io lì a dargli manforte, a supportare la tesi che la mia altezza fosse lo specchio della mia intelligenza e che la scarsa intelligenza sia un sinonimo di bontà. Se non avessi mai tagliato piedi, mi sarei fatto bastare queste smancerie, mi sarei accontentato di farmi amare come si amano i cani che passano la vita a doversi per forza far accettare per sopravvivere. Ma mentre mi vedevano come un tutto sommato accettabile scherzo della natura, per me loro erano essenzialmente piedi. Piedi da tagliare affinché il futuro avesse un senso. Con la luce ero il loro cagnolino parlante, di notte il loro carnefice.
Un piede tagliato smette di essere una presenza organica, e diviene un oggetto privo di qualsiasi utilità. Un piede senza il corpo non ha senso, e chi riesce a trovare un senso in quello che non ne possiede affatto sta costruendo il futuro. Questo Ugo Pizzi me lo ripeteva sempre, e se non avessi tagliato piedi, sarei diventato come quelli che sbuffano quando tornano a casa, o aspettano un autobus in ritardo, di quelli che il futuro lo leggono nei telegiornali o nei fondi del caffè.
Poi i monchi divennero troppi. La gente iniziò spaventarsi, e come al solito quando il popolo ha paura, la paura viene venduta un tanto al chilo. Una parte se la comprarono i monaci che iniziarono a parlare di spiriti maligni, di peccati e condotte contro il volere degli dei. Un altro po’ se lo comprò il potere politico che accusò al principio i poveri, poi i monaci, poi gli stranieri e alla fine a se stesso, aggrovigliandosi in un gomitolo di repliche e discussioni sul tema della discussione, che per fortuna per qualche tempo allontanarono l’attenzione dal problema dei piedi mozzati. Se non avessi mai tagliato piedi, sarei diventato sicuramente uno di quelli che avrebbero preso posizione, mi sarei sentito sicuro delle mie idee e le avrei difese, unicamente per dimostrare che solamente io avevo capito chi era il tagliatore di piedi. E in merito a questo cercare di sentirmi migliore.
Ma la voce che dove sparivano piedi veniva sempre visto in giro un nano, iniziava a spargersi in fretta. Fu in quel periodo che Ugo mi parlò di Manate. Quello che successe dopo lo sapete tutti.
Come fuggimmo dal tribunale invece, non lo saprà mai nessuno.

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