Dodo (XIII – La scena del refettorio)

di Roberto Albini

Fingermi grande maestro è stato uno scherzo. Quelli non hanno opposto nessun dubbio, nessuna esitazione. Credo che l’aspettavano da così tanto tempo, un vero grande maestro intendo, che pure se si fosse presentato un cammello vestito da donna per loro sarebbe stato uguale. Sarebbe stato sufficiente si fosse trattato di un abito rosso, perché quella tunica porpora era il simbolo inequivocabile come la croce per i cattolici. Se passa uno che porta in giro una croce pensi subito si debba trattare per forza del figlio di dio, loro invece se vedono uno con un abbigliamento rosso. E’ solo un piccolo dettaglio nel modo di apparire che fa le differenze tra le fedi. Ecco, quindi, Signori della Corte, non ebbi alcun problema a diventare il loro leader assoluto.
La prima cosa che feci fu, naturalmente, disarmarli. Dissi loro che non c’era più alcun motivo di tornare ad allenarsi, che quello era tempo sprecato e che ordinavo loro di dedicarsi solo è unicamente al culto del Grande Piede. Più che altro per tenerli impegnati a non pensare, e perché tenere di scorta un diavolo, una maledizione, un qualcosa di paranormale da temere, prima o poi torna utile a qualsiasi forma di governo. Una volta sventata anche la sola possibilità remota di un’insurrezione, o di ribellione, passai ad apprendere il no-fu. Di notte, in segreto, quando eravamo sicuri che nessuno potesse sentirci, Dodo mi dava lezioni su come dominare il soffio. Fu un lungo e intenso apprendimento. Ci allenavamo anche dodici ore al giorno, tanto che le labbra mi si spaccavano e i polmoni ad ogni contrazione emanavano un lugubre fischio. Capite bene Signori, che non potevo perdere tempo, volevo assolutamente iniziare a cucinare con l’aria, a sperimentare nuovi orizzonti per spingere la mia nuova arte nella direzione nella quale ormai tutte le ispirazioni cercavano aria: nella cucina. E dopo più di due anni venne il giorno in cui per la prima volta ho cotto un piatto con il mio respiro. Fu un uovo di gallina, piccolo e secco tanto da sembrare quello di un uccello più piccolo. Ma a un certo punto, influenzato dal mio soffiare, iniziò a scaldarsi, poi ad emettere un filo di fumo, finendo per cuocersi all’interno. Ero diventato un vero e proprio cuoco no-fu, come Dodo.
Subito mi chiesi cosa avrei fatto allora. Le novità al principio non sembrano mai tali, forse per le troppe aspettative che si ripongono in esse. Ci si aspetta sempre un qualcosa di radicale, dal giorno alla notte, come apprendiamo nei libri di favole, ma poi quando arriva il cambiamento i primi giorni sembra tutto uguale. Ci pensai a lungo, e alla fine conclusi che il potere di per sé, non serviva a nulla. Senza uno scopo, senza un’applicazione pratica di quello che avevo appreso, non avrei fatto altro che continuare a cuocere uova per il resto della mia vita. Questo non soddisfava le mie ispirazioni. Dunque a questo punto l’eterno dilemma del creativo: cercare di afferrare il capolavoro, l’opera assoluta, eterna, rischiando di scoprire di non essere un genio e allo stesso tempo di entrare nella storia, o accontentarsi di lasciare il proprio estro libero di esprimersi in tanti piccoli modi tutti pregevoli nella propria mediocrità, e così cari al vasto pubblico?
Signori io scelsi il capolavoro, e il mio capolavoro era un piede.
Non un piede normale, un piede cotto con il soffio, lentamente. Li guardavo girare per ore, sul grill, di fronte a me, mentre spingevo un fino spago d’aria costante che li cuoceva donandogli un aroma e un gusto sublimi. Mi venne in mente il sogno, e poi la statua, bastò mettere queste due cose in connessione con la cucina, e tutto mi sembrò un piano perfetto dell’universo, di quelli tipo che la tartaruga riesce ad accoppiarsi nonostante quel corpo assurdo. I piedi da cucinare me li portava Dodo. Al principio li strappava ai monaci, poi quando non bastò più si spostò nei villaggi limitrofi, più che altro vecchi o donne. Mai bambini o malati. Dodo era implacabile, una macchina da guerra, infallibile, preciso, tutte le sere riusciva a portarmi qualche chilo di piedi, per permettermi di proseguire i miei esperimenti culinari. Non faceva domande, non giudicava, non accennava mai nei suoi discorsi a come faceva a procurarsi tanti arti umani, né io glielo chiedevo. Lui era il mio amico fedele Dodo. Tra noi non c’era bisogno di spiegare nulla: vedevamo le stesse cose.
Poi però successe l’episodio del refettorio. Una sera entrai nell’enorme stanza dove i monaci mangiavano, tutti insieme, più che altro per sincerarmi che tutti i miei ospiti gradissero la mia nuova ricetta di piedi. Quando entrai però non c’era nessuno. Si sentivano una specie di rantoli echeggiare tra le pareti del monastero e niente più. I piatti stavano già sui tavoli, fumanti e profumati, ma nemmeno un commensale a servirsi. Il primo lo vidi sbucare da dietro lo stipite dell’entrata principale, sudato, cortoncendosi e strisciando nel tentativo di avanzare di qualche centimetro. Era un uomo, o così dedussi, un monaco, obeso che procedeva come un grosso animale viscido e goffo. Doveva essere stata l’inattività pressoché totale alla quale li avevo costretti, e la dieta composta da cinque pasti al giorno, a ridurli così. Quasi immediatamente dopo giunsero gli altri, anche loro procedendo come lombrichi grassi, tutti con le gambe monche e lo sguardo vacuo. Le loro bocche grondavano bave dense, e sembravano non accorgersi l’uno dell’altro, tanto che si calpestavano addossandosi l’uno sopra l’altro, mugugnando, ululando, spinti solo dall’istinto famelico di addentare uno dei miei piedi. Quando arrivarono ai tavoli, afferrarono i piatti con qualsiasi parte del corpo gli era più vicino al cibo: qualcuno provava a prendere un piede con il doppio mento, qualcuno con le ascelle, altri direttamente dilaniandone le carni. Gli schizzi di salsa si univano a quelle loro secrezioni e alla fine quel refettorio sembrò abitato da mostri disumani che lucevano di schiume alle luci dei lampadari.
La scena mi rattristò molto. Avevo capito che non sarei più potuto rimanere in quel monastero, o qualcuno un giorno o l’altro mi avrebbe creato dei problemi. Avrei dovuto spostarmi lontano, in un posto simile, una città dove si aspettava ancora il grande maestro, dove il futuro si era ritirato in una soffitta buia per apprendere a campare solo di aria. Un paese dove sarei stato protetto, e dove i miei poteri sarebbero potuti essere immensi.
Manate, Signori della Corte.

Per chi volesse approfondire.

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