Dodo (XII – In quale posto si dirigono tutti i pianeti dell’universo?)

di Roberto Albini

Credo che alla fine tutto funzioni nello stesso modo. A partire dall’Universo, passando per l’atomo, facendo un giro intorno all’esistenza delle persone, per poi finire dritto dentro i nostri pensieri. Funziona tutto nella stessa maniera. C’è sempre un fulcro, che puoi chiamarlo pianeta o scopo o idea, e una rotazione concentrica che tende all’espansione con l’unica intenzione primordiale di scomparire. Non è magia, né religione, non è opinabile perché è chimica, fisica, scienza. C’è una formula che calcola la durata di una relazione così come una per stabilire la vita di una cellula. Dei test misurano l’algoritmo della nostra psiche, ed esistono infiniti sondaggi, a forma di montagne russe, sui nostri gusti musicali. Tutto quello che ci sforziamo costantemente di fare è sperare che non sia così. Che ci sia dell’altro al quale diamo nomi e forme sempre nuove, qualcosa che sfugge alla matematica e ci riveli in quale posto si dirigono in massa tutti i pianeti dell’universo, e i nostri anni.
Se si sta abbastanza attenti, è facile prevedere le mosse del futuro a breve termine. E’ una formula elementare in fondo. Si individua il fulcro, si stima da quanto tempo le cose gli ruotano intorno e si stabilisce a che distanza le stesse si siano allontanate da lui. Poi però bisogna stare in silenzio, perché si deve ascoltare lo stok. Stok, è il rumore che fanno i pianeti quando si sganciano da un’orbita, inziando a vagare lontano dalla nostra visuale, diretti verso il grande bho. Anche le persone, quando si allontanano da noi, non lo fanno sfumando come apparentemente sembrerebbe. C’è il momento in cui il rapporto fa stok dando inizio alla deriva, ma non lo si avverte quasi mai, oppure sì, ma è uguale. I sentimenti, così come un sasso lasciato rotolare su una superfice piana, vanno avanti spinti dall’inerzia, fermati solo dall’attrito che supera la forza dello slancio iniziale. Funziona tutto nello stesso modo: i sassi, i palloni, l’amore. E parlo di amore nel senso più ampio del termine, come quello che provavo io per Ugo Pizzi, prima dello stok. Quel trasporto verso un mondo che ci piacerebbe scoprire, di cui intravediamo i tratti misteriosi di un qualcosa che ancora non conosciamo ma che siamo sicuri sia meraviglioso. Fu colpo di fulmine il nostro, fin dalla prima volta in quel mercatino. Entrambi riconoscemmo nell’altro le doti che avremmo sempre voluto avere, tutti e due convinti che insieme saremmo diventati un’altra persona, un’unica entità perfetta. E per molto tempo lo fummo.
Quando Ugo, quella notte, per esempio, si presentò vestito da Gran Maestro, con quegli abiti rossi, logori, rubati al suo cadavere, quando mi disse di non dire niente e di assecondarlo, quando mi sorrise in una maniera che nemmeno le capre avevano mai fatto con me, con un’espressione che riconobbi come di complicità, quando mi venne da ridere da un posto in fondo ai miei respiri, da dove non era mai venuto nient’altro che buio, quando sentii che lui mi stava portando dentro un’altra vita nella maniera nella quale avrei sempre voluto arrivarci io, allora sentii che era lui che avrei seguito tutta la mia esistenza, finché ne avrei avuto le forze. Fu quell’assenso che sancì il nostro patto di lealtà eterna, fu in quel momento che diventai il suo braccio armato, bramoso solo di difendere il mio fulcro.
E siccome tutto funziona nello stesso modo, fu nel momento in cui scegliemmo l’unione che iniziò la nostra deriva.

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