Dodo (X – La vita segreta degli accendini)

di Roberto Albini

La cosa che mi riesce meglio fare è assentarmi. Non sparire, perché ci vorrebbe troppo coraggio, o comunque un qualche tipo di sforzo nel far perdere le proprie tracce. Assentarmi mi viene naturale, come a certi avere la battuta pronta, o altri ancora compiere le scelte giuste al momento giusto. Io invece ho questa abilità di confondermi nella memoria delle persone come un oggetto smarrito in casa. Una di quelle cose che pensavamo di aver riposto in quel cassetto, e che quando le vai a cercare non ci sono più. Allora si scava nella memoria per cercare di capire quando è stata l’ultima volta che abbiamo avuto bisogno di quell’oggetto, ma non ci viene in mente nulla. Anzi non ci si ricorda nemmeno quando l’avevamo comprato. O forse è stato un regalo? Immagino, o meglio mi piace credere, che sia una mia precipua peculiarità quella di finire ineluttabilmente nei cassetti delle persone, sepolto sotto cumuli di calzini e ricordi generici.
L’assenza ha il vantaggio di non essere definitiva. Infatti di solito le cose che perdiamo in casa, riappaiono da sole in un altro contesto spazio temporale, e tutto ciò fa pensare che ci sia un ordine, un meccanismo, una volontà, cosciente o meno, che riesce a legare con una logica tutto quello che succede. Ma se c’è, unisce noi e gli oggetti senza fare distinzione assimilandoci nell’unica certezza di una fine, sia essa sotto terra o in un inceneritore. Forse un giorno scopriremo che gli accendini in realtà vivono una loro esistenza segreta, diversa e contigua alla nostra, che tutti quelli che ci siamo persi non stanno nelle tasche di qualcuno che li ha trovati per caso o con dolo, ma che si allontanano da noi spontaneamente, che poi magari pure loro si perdono e non si ricordano più da dove vengono, che magari accendersi e spegnersi dopo un po’ non basta più a giustificare la fatica della propria esistenza. E’ il momento nel quale gli accendini provano a essere altro e scoprendosi incapaci di farlo, allora si assentano, chissà per dimenticarsene, per poi riapparire qualche tempo più tardi, in un posto diverso, quando comunque non ci servono più. Come certe persone, tra le quali io.
Ecco, sinceramente l’unico con cui non m’è riuscito questo trucco, è stato proprio Ugo Pizzi. Lui è stato l’unico che dal giorno in cui mi ha visto in quel mercato non si è più dimenticato di me. Si asciugò le lacrime, e tirò fuori da una tasca una sigaretta mezza accartocciata, e da un’altra un accendino, dorato, dove spiccavano lucenti di smalto rosso le sue iniziali, anche se quello l’avrei scoperto dopo. Lisciò la sigaretta un paio di volte schiacciandola tra l’indice e il pollice, poi se la portò alla bocca. Non avevo mai visto un accendino prima di allora, e facevo fatica a non lasciar trasparire lo stupore di quell’ingenua ignoranza. Pizzi non badava più a me. La sua mente già si era messa in moto, e vedeva un futuro che io non potevo nemmeno immaginare. Non sapevo a cosa servisse un accendino, ma sapevo come si fumava una sigaretta, così per gentilezza soffiai piano in direzione delle sue labbra. Il tabacco s’incendiò sbuffando una nuvola grigia. Pizzi tossì leggermente, osservò la sigaretta e poi me. Sorrise, e con un gesto teatrale scagliò l’accendino oltre le siepi.

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