Dodo (IX – Gli uccelli che non volano)

di Roberto Albini

Il problema è che quando sei un nano, alla fine non ti senti speciale mai. Sì, sei bravo con le arti marziali, sei il campione del monastero. Ma sei solo un nano. Hai scoperto che sai cucinare usando il respiro, che quello che prepari con questa tecnica diventa la cosa più buona del mondo. Ma sei solo un nano. Potresti scoprire la cura per il cancro, potresti essere il primo essere umano a sbarcare su Giove, ma poi, quando ti guarderai allo specchio, vedresti solo un orrendo nano. A che serve attaccarsi a un talento per far finta che da solo basti a darti un senso. Tanto tu lo sai che sei solo un nano.
Quando tornai nelle camerate, dopo aver cotto i cachiri con fiato, mi comportai come sempre, senza dare la minima rilevanza all’accaduto. Ad aspettarmi i soliti quattro cenci sporchi che mi facevano da coperta, col solito raggio di sole sbieco che tentava di districarsi tra le sbarre della finestrella. I pochi ragazzi ancora rimasti nello stanzone, facevano la solita espressione di merda quando mi guardavano, perché anche io ero il medesimo nano di sempre. Sopportai il solito buco nel petto che mi si apriva ogni volta provavo a chiudere gli occhi, e neanche lui aveva modificato la sua profondità né l’intensità del senso di vertigine al quale era indissolubilmente legato. Era accaduto un mezzo miracolo poche ore prima, ma niente e nessuno se n’era accorto. I prodigi dei nani devono far parte di quelle ingiustizie della natura, come gli uccelli che non volano, i fiori che puzzano, i pesci che per riprodursi devono morire. E i loro effetti seguono questa linea storta che si avvita su stessa a formare un cerchio. Il nano, qualsiasi strada scelga, per natura si ritrova sempre al punto di partenza.
Le cose, quindi, sono solo cose. Le cose non cambiano, fanno solo dei piccoli sposamenti in un senso o in un altro, ma una gallina non volerà mai, il salmone creperà puntuale un attimo prima di divenire genitore, e ci sarà sempre un nano buffone nei circhi. In questo caso il nano cuoco, che si esibisce nel raro numero del cachiri cucinato ad aria. E infatti il pubblico apprezzò. Nessuno di quei pezzenti che vivevano nel monastero aveva mai mangiato le prelibatezze che facevo io, ed erano contenti e al tempo stessi stupiti, che una misera nullità come me, un peso per la comunità, avesse rivelato un’utilità insperata. Ben presto mi portarono altri tipi di ingredienti oltre ai cachiri, perché erano divenuti golosi e orami quasi aspettavano solo il pranzo o la cena, trascurando gli allenamenti e persino la preghiera al Grande Piede. I maestri introdussero la pausa alle undici di mattina e una merenda il pomeriggio, così che io ormai vivevo praticamente in cucina, sperimentando vari modi di soffiare sul cibo e l’effetto che aveva su di loro. Il piatto che mi riusciva meglio era il fegato di gatto, gli allievi quando andavano in paese narravano la mia arte e la bontà della mia cucina, così che ben presto divenni famoso in tutta la provincia, e la gente veniva spontaneamente a chiedere di provare il mio no-topo-makkei. Il Maestro Testa di Legno sempre più soddisfatto per come si stavano mettendo le cose, decise allora di iniziare a venderlo. Mi fece produrre quantità enormi di fegato di gatto che stipava in un silos, e poi mi mandava in giro per i paesi con un carretto, affinché sempre più persone potessero provarlo e cadere, come tutti, vittime del suo incantesimo culinario.
Fu in quel periodo che conobbi Ugo Pizzi.
Me lo ritrovai imbambolato davanti a me una mattina di primavera. Era il primo occidentale che vedevo dai tempi del Signor Fiat, ma a differenza sua questo non portava i baffi e nemmeno possedeva un’automobile rumorosa. Era vestito elegante, ed era fino e leggero come una canna di bambù. Mi ispirò subito un senso di protezione. Sembrava così fragile con quella sua pelle trasparente e il suo sguardo altrove. Riconobbi nella sua espressione quella di un nano che si vede allo specchio per la prima volta dopo avere per anni ignorato la propria condizione.
E dev’essere stato per quello che iniziò a piangere.

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