Dodo (VII – Il profumo della milza di gatto al vapore)

di Roberto Albini

Non lo so. Non lo a cosa stavo pensando e se stavo pensando. Probabilmente, ero immerso in uno di quei ragionamenti senza sentiero che si fanno per eludere il dovere di porsi delle domande serie. Non facciamo altro, in fondo, che cercare costantemente di evitare la consapevolezza delle nostre mancanze, tentando di sommergerle di abitudini, pensieri stupidi, semplici divagazioni. Tutto ruota intorno a questo. Tutti i nostri sforzi sono concentrati nel dimenticare le cose che ci mettono tristezza, i limiti che ci imbarazzano, le assenze che ingombrano. Ognuno usa i mezzi che ha o che gli è consentito usare. Il male non si sconfigge, ma ci si può distrarre fino al punto di scordarsi che esiste.
Comprati una bella auto, ubriacati il sabato notte, fotti, fotti, fotti, vestiti bene, sposati, genera figli, scommetti, gioca, mangia alla moda, vota secondo l’umore, odia un nemico, ama il tuo campanile, sventola le bandiere, sballati, cambia canale, e fotti, fotti, fotti.
Io, Signori Giudici, potevo questo, e molto di più. Avrei potuto correre più forte del disagio di esistere, allontanarmi da lui così tanto da riuscire a vederlo da lontano, sfuocato dietro la polvere dei miei passi, dimenticarmene persino in certi momenti. E l’ho fatto per tantissimo tempo, credetemi, ci si può chiudere all’interno di un sistema perfetto composto da noi e noi stessi dove tutto il resto rimane fuori, l’anormale diviene ordinario e ci si convince che quello è l’unico pianeta dove si possa respirare. Scende una patina tra noi e il resto. Nulla conta più della corsa che ci porterà lontano da quel pantano di cui sembra fatto il suolo dei nostri pensieri. Anche la gente diventa solo un’altra fonte di distrazione, deperibile purtroppo. Quindi, Signori, se mi chiedete a cosa stavo pensando, quel pomeriggio alla stazione di Puan Tia, io non posso che rispondere come si usa di solito: a niente, consapevole che quel niente racchiude tutto ciò per cui lottiamo quotidianamente.
Non ricordo nemmeno con precisione perché mi trovavo in quella stazione. So che dovevo andare a suonare da qualche parte, credo ci sia stato un ritardo del treno o qualcosa di simile. Osservavo intorno, senza guardare nulla, e un tratto incrociai un odore mai sentito prima. O meglio un aroma familiare ma vestito di sfumature sconosciute, che lo rendevano del tutto diverso e allo stesso tempo sublime. Poi mi venne in mente cosa mi ricordava il profumo: era un cibo che avevo provato una volta in un ricevimento in mio onore, lì in Tibet, che i locali chiamavano no-topo-makkei, milza di gatto al vapore con sesamo e zenzero, un piatto molto comune in quelle zone. Ma l’odore che stavo sentendo in quel momento era molto diverso, più gustoso, più penetrante, così denso che avevo quasi la sensazione di avere la carne in bocca. Rimasi preda di quell’estasi per qualche minuto, con gli occhi chiusi, e dopo mi misi alla ricerca dell’origine di quel profumo.
Vicino alla stazione c’era una specie di mercatino: quattro banchi ricolmi di stracci, un vecchio col suo camioncino che vendeva pentole e strani attrezzi, qualche contadino con la sua frutta, e in fondo un carretto dove qualcuno stava cucinando il no-topo-makkei. Poggiai il mio strumento a terra insieme alle valige, e mi avvicinai a lui lentamente quasi con timore. Il cuoco era un nano vestito da monaco che nemmeno mi rivolse lo sguardo. Prese un pezzo di milza di gatto e lo mise sul banco, poi con l’altro braccio sparse una manciata di sesamo e zenzero, veloce e coordinato come si stesse esibendo in un’arte marziale. In quel momento mi resi conto che il tavolaccio dove il nano aveva appoggiato la carne non aveva fiamma, era un semplice pezzo di legno. Il cuoco si mise braccia conserte di fronte al no-topo-makkei. Non era un orientale, lo si notava dai suoi enormi occhi rotondi, che lo facevano assomigliare a una rana. A quel punto il nano iniziò a soffiare sopra la milza di gatto, piano, senza nemmeno gonfiare le guance. Un lungo fluire tenue di aria tiepida proveniente dai polmoni. E la carne prese lentamente a friggere ed a emanare il profumo che avevo sentito prima. Signori credetemi, fu come rinascere.
E proprio come quando si nasce, mi misi a piangere.

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