Dodo (V – Prima dichiarazione spontanea di Ugo Pizzi)

di Roberto Albini

Vostro Onore non si offenda, ma sono convinto che per voi plebei la strada per arrivare alla felicità sia più ardua, sicuramente più lunga. Io direi impossibile da percorrere, ma poi, ogni tanto, proprio come le formiche che sollevano sbalorditivamente pesi svariate volte superiori al loro, qualcuno di voi mi stupisce, e ci riesce. Non lo so, sarà che vi allenate da millenni alla sopravvivenza, a mettere in bocca qualcosa, sarà che vi divertite con poco, vi sentite soddisfatti praticamente per nulla, perché siete nullità e possedete niente. Immagino, e posso solo fare questo, che quando l’orizzonte è limitato da un caseggiato abusivo, compiere un passo più in là e riuscire a sbirciare gli alberi sparuti di un parchetto comunale dove qualche artista di questi di strada ha dipinto sopra gli scivoli uno scarabocchio che se lo vedi da lontano e con un occhio solo ricorda la linea encefalografica di un babbuino ritardato, possa essere fonte di gioia. La felicità non è un termine assoluto. Non è un colore facilmente identificabile. La felicità è un punto di arrivo, ma dipende maledettamente dal punto di partenza.
Le ho provate anch’io, come ennesimo tentativo più che altro, quelle cose comuni che a vi fanno sorridere. Ho fatto passeggiate in bicicletta lungo una statale, ho annusato il caldo vapore dei tubi di scappamento dei Tir mentre ai miei lati scorreva moscia una natura ingiallita dal clima e dalla depressione. Ho pazientemente aspettato il punto in cui avrei dovuto sentirmi bene, ma alla fine non è successo nulla. Ho pure frequentato questi locali alla moda, dove le persone vanno per spegnersi, per cercare altri se stessi perché neanche loro si sopportano da lucidi. Ho ascoltato la musica ad alto volume fino a quando non mi hanno cacciato dalla discoteca, e ancora allora ci speravo. Speravo che una volta uscito di lì sarebbe successo qualcosa, che sarei stato contento. E invece nulla.
A quell’età già avevo due lauree, già avevo fatto il giro del mondo una volta e mezza. A quell’età, quando voi stavate lì che il massimo della speranza che potevate concedervi era quella di trovare una qualche merda di lavoro sottopagato, io mi esibivo in tournée suonando il mio hikiriki, e il Giappone era pazzo di me, le folle mi amavano e le donne mi desideravano. Ed ero così bello, e giovane, avrei potuto esaudire qualsiasi mio desiderio, e l’ho fatto, lasciandomi travolgere dalla voluttà della nobile noia che porta agli eccessi.
Eppure, la felicità, quella non riuscivo a provarla.
Fu in quell’epoca che il tarlo di non poter riuscire a essere felice iniziò a corrompere i miei pensieri. Era come muoversi nelle sabbie mobili Vostro Onore. Più mi dimenavo sfoggiando alla gente e a me stesso tutto il mio enorme potenziale, più mi accorgevo che nulla poteva riempirmi, che nessuno mi avrebbe mai fatto stare bene. Più che angoscia fu sbigottimento, perché chi è come me non è abituato a nessun tipo di gabbia, al contrario di voi che nascete e campate con le braccia sempre protese da dietro un qualche tipo si sbarre a provare di racimolare una nocciolina dai passanti. Questo limite fu per me la mia ossessione. La felicità la mia amante non corrisposta, alla quale tutto il mio cuore e tutto me stesso protendevano senza ricevere uno sguardo. E come succede in tutti gli amori impossibili, più passava il tempo più i tratti della mia bella divenivano impalpabili, eterei, lasciando spazio alla fantasia di intrufolarsi tra le crepe di quell’immagine appena accennata, libera di ritrarla non più seguendo i canoni della realtà, ma secondo quelli dell’umore.
Anche adesso, Vostro Onore, adesso che il mio ultimo tentativo per uscire dalle sabbie mobili è fallito, adesso che non posso più desiderare ma solo attendere la pacificazione con la mia morte, persino adesso che insieme a me è tutto finito, che la storia mi imporrebbe di affrontare le mie responsabilità, anche in questo momento mentre le scrivo, ho un unico pensiero.
Cosa mi manca per poter essere felice?

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