Dodo (IV – L’arte di sapersi rompere i coglioni)

di Roberto Albini

Molti conoscono il kung-fu, il karate, il judo, il ju-jitsu. L’arte marziale che si praticava al mio convento, invece, era il no-fu. Quando in oriente si consolidò il buddismo, sorse l’esigenza per i monaci di sviluppare tecniche di difesa e di attacco che non contemplassero l’uso delle armi. Per questo motivo si svilupparono le diverse arti marziali, con l’intenzione di procurare a mani nude quello puoi infliggere con un’arma. Una contraddizione in effetti, ma nessuno ci ha mai fatto caso. Tranne il Grande Maestro Supremo Testa di Orso, che intese così profondamente l’insegnamento dell’Illuminato da spingersi ancora oltre: difendersi con l’uso del respiro.
L’intuizione fu semplice ma geniale. Davanti al nemico abbiamo due istinti primordiali, quello di fuggire e quello di desiderare che il nemico non esista. Se si lavora sul secondo, per una storia di chakra e cose del genere che non ho mai capito, si può generare una forza invisibile e potente solamente sbuffando con convinzione. E’ un modo di combattere che richiede molti più anni di apprendimento, e molta più forza di volontà di tutte le altre, e inoltre sinceramente funziona meglio come metodo di difesa che di attacco. In cambio non ha bisogno di forza fisica, né di prestanza. Necessita solamente della consapevolezza che, la maggior parte delle volte, la potenza del nemico la determiniamo noi, perché ci abbandoniamo alle nostre insicurezze e l’oscuro desiderio di essere schiacciati dal nemico stesso. Di avere un nemico, invece, ci si può stancare, e si può convogliare quella speciale forma di noia in un soffio capace di diventare contundente come un pugno. Testa di Orso, una volta assicuratosi che un numero adeguato di discepoli fossero capaci di tramandare la tradizione, si ritirò nella torre più alta del convento, per meditare e studiare la sacra tecnica per vivere solo d’aria. Da quei tempi nessuno lo vide più. Abitava ancora lì, in quella torre, da oltre duecento anni, e tutti dicevano che c’era riuscito, che campava d’aria e pensieri, ed era ammirato quasi come una divinità.
Se volevi aspirare a diventare un vero guerriero no-fu, dovevi per forza venerare il piede come fosse un’entità sacra, il punto dove tutto il nostro cosmo interiore poggia, e baciare tre volte al giorno una grande statua posta all’entrata del convento, raffigurante appunto un piede gigantesco. Noi studenti su questa cosa ci scherzavamo, non la prendevamo sul serio, ci faceva ridere solo l’idea. E allora quando passavamo invece di baciare sputavamo, o dicevamo una parolaccia. Qualcuno ci appiccicava sopra le caccole sopra e quando veniva beccato le punizioni erano terribili. Inoltre anche tutto il convento era invaso da piccole statue di piedi, quadri raffiguranti piedi, vasi a forma di piedi e tutto in qualche modo riportava a quel particolare punto del corpo umano. I maestri non facevano altro che ripeterci quanto fosse importante la funzione del piede di tenerci agganciati costantemente a terra, anche se molti di noi ragazzi facevamo notare che pure la figa, in quanto a funzioni, non scherza mica. Eravamo giovani. E tutti maschi.
Le leggende narravano che una volta il monastero fu attaccato da un’orda di briganti, molto più numerosi dei monaci e armati fino ai denti. Testa di Orso condusse personalmente la battaglia, e grazie alla sua arte marziale, sconosciuta a quei tempi, sbaragliò gli invasori convincendo tutti dell’efficacia della sua trovata. C’è chi dice che ad un certo punto, quando Testa di Orso si trovò faccia a faccia con il comandante dei briganti, il grande maestro desiderò così intensamente che smettesse di rompere i coglioni, che riuscì a prigionare un soffio di una potenza mai vista, il quale generò un’esplosione che disintegrò sia i briganti che il bosco antistante.
Per dirla tutta si raccontava pure che la statua del grande piede la notte inviava demoni a disturbare coloro che non l’avevano onorato, e che Testa di Orso avesse più di trecento anni.
Ma immagino ci sia un limite oltre il quale non si può credere a tutte le stronzate che ti dicono.

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