Dodo (III – La gente è sei)

di Roberto Albini

Insomma, non ci vuole molto a capire che dopo nemmeno un anno mi spedirono al convento. Stavolta pure Testa di Pollo era contento. Il monastero a quei tempi, avevo appena sei anni, non mi sembrava poi un posto cattivo, se lo paragonavo alla stalla. Però era pieno di quella cosa strana, di quella novità alla quale non ero abituato. La gente.
La gente è sei. Ma l’ho capito dopo un paio d’anni, grazie all’insegnamento del Grande Maestro Supremo Testa di Orso. Lui, o meglio i suoi discepoli, mi insegnarono a misurare tutte le cose che mi circondano con un voto. Dicevano che serviva ad eliminare l’innato astrattismo dell’uomo. Non ci deve essere nessun tipo di aspettativa ad inquinare il nostro giudizio, ma un semplice numero a definire immediatamente cosa è buono per noi, e cosa non lo è. Una volta che entri in questa logica, è sicuramente più facile fare valutazioni: il lavoro è quattro, il mare è sette, la figa è nove, i discorsi di politica tra colleghi o parenti è due. La gente è sei.
La gente la puoi definire in tanti modi se vuoi offenderla, un paio se vuoi farle i complimenti. Per esempio: Quel tipo è veramente squallido, viscido, una iena, stagli lontano, è una frase tagliente e dettagliata, ti spara in testa un tot di immagini che alla fine quasi lo vedi colui che si vuole descrivere. Mentre al contrario: Lui? Lui non è cattivo. E’ una brava persona. Una brava persona, che qualità è di preciso? Non stupra le ragazze che fanno jogging nei parchi la sera? E non è cattivo, secondo quale morale? E’ tutto così vago che puzza di finto. Invece con i voti è tutto più semplice. Ti amo quattro, vi stimo cinque, mi sta simpatico quasi sei.
Si dormiva in camerate enormi, su letti a castello di legno e paglia. Quando era notte, ascoltavo i rumori della gente. Piccoli lamenti, respiri pesanti, scorregge, e mi ricordavo delle capre con un’innaturale nostalgia della mia vecchia stalla. La verità era che le persone mi facevano paura e io ne facevo a loro. Appena arrivato iniziarono subito a guardarmi strano, soprattutto a causa della mia peculiare assenza di occhi a mandorla. I più anziani per prendermi in giro mi dicevano Dodo, Testa di Rana, ed è perché un nome non ce l’avevo mai avuto, che da quei tempi presi a chiamarmi così.
Poi le cose peggiorarono. Tra i novizi come me si formarono piccoli gruppi, nessuno dei quali mi voleva con loro. La gente può essere anche tre. In verità la solitudine non mi era nuova, se non vogliamo considerare compagnia degli ovini, però per la prima volta sperimentai un tipo diverso di solitudine che è quella scaturita dall’esclusione. Fu a quell’età infatti, che iniziai a rendermi conto di essere diverso. Non sapevo di preciso in cosa, e in fondo non era importante perché fino a quando non si è in grado di assegnare voti precisi alle cose, sono le cose che li mettono a noi. Se la gente mi considerava due, io mi sentivo due, mi identificavo nel ruolo di due, lo trovavo naturale e non provavo nemmeno rancore dell’essere trattato da due. Io ero quello solo, così come il verme è quello che striscia e la foglia quella che cade.
In fondo, una cosa che riesce benissimo alle persone, è trovare facilmente il peggio. In qualsiasi situazione, è una specie di dote naturale. Si fa prestissimo a capire quello che non ci piace, lo annusiamo con quei sensi allenati da secoli a sfuggire al dolore. Abbiamo inventato un valore che non rappresenta nessun valore, per definire lo stato più basso della nostra considerazione, e lo applichiamo con disinvoltura così agli oggetti come alla gente. Ma quando poi proviamo a pensare a quale cosa assegneremmo un dieci, ecco la mente cede e si perde in lunghe considerazioni, piene di congetture, di possibilità. Poi il tempo passa e ci si scorda.
E sarà forse per questo, che ancora adesso non ho assegnato nessun dieci.

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