Dodo (II – Perché ancora possiedo tutti i miei organi)

di Roberto Albini

Comunque, nonostante i miei poteri di nano, il posto nel quale sono nato non me lo ricordo, e ancora adesso, alla mia età, non so da dove vengo. Il guano nel quale sguazzavo da bambino nei miei primi ricordi si trovava in Tibet, dentro la stalla di due contadini, Testa di Pollo e Testa di Manzo, che evidentemente mi avevano trovato da qualche parte e non so per quale motivo avevano deciso di non gettarmi tra i rovi. I miei tratti non sono orientali, non ho gli occhi a mandorla né quel colorito pesca pallido che hanno tutti i tibetani, piuttosto il colore della mia pelle ricorda quello di una pietra ambrata, lasciata scaldare al sole. Quindi non posso essere asiatico. Non ebbi mai modo di domandare ai contadini dove mi avessero trovato, e se sapessero qualcosa delle mie origini perché li frequentai quando ero ancora molto piccolo, e nessuna domanda più grande del proprio cervello può essere pensata. Testa di Pollo e Testa di Manzo, per ragioni che tuttora ignoro, in tutti i casi si presero cura di me. Non potevo stare in casa, perché Testa di Manzo si vergognava del mio aspetto strano con i suoi conoscenti, però mi nutrivano con lo stesso cibo e la stessa cura che usavano con le capre, e mi vestivano d’inverno per non farmi morire di freddo. Poi ho compiuto cinque anni.
Il villaggio dove vivevo, un piccolo borgo a pochi chilometri da Maindong, abitato da poche capanne di pietra e legno arroccate sulle pendici di una catena montuosa, era poverissimo, così come tutti i paesini nei dintorni. Il latte e la carne che fornivano le capre, insieme agli ortaggi dell’orto, bastavano a mala pena a far sopravvivere i due contadini così che quando le mie esigenze alimentari arrivarono quasi a quelle loro, decisero di provvedere come la tradizione di quei miseri luoghi imponeva alle famiglie troppo numerose. La soluzione più pratica e veloce, era portarmi in un convento buddista, così come voleva Testa di Pollo che però era in contrasto con Testa di Manzo il quale voleva approfittare di me usando la seconda opzione. Però Testa di Pollo era segretamente innamorato di Testa di Manzo, così che assecondò il suo desiderio, convinto come tutti gli amanti sciocchi che la resa sia una forma d’amore.
Tutti i mercoledì nel mio villaggio arrivava con il suo carro traballante un mercante. Era un vecchio cinese così rattrappito che a mala pena lo si poteva udire quando parlava. Tutti i mercoledì arrivava con il suo carro di mercanzie che però nessuno poteva acquistare. La gente usciva dalle case e si metteva curiosa intorno al carro ricolmo di oggetti mai visti, lucenti o riflettenti, e di cumuli di strani abiti multicolori i quali facevano intravedere prospettive di vita sconosciute. Qualcuno indicava qualcosa chiedendo al vecchio mercante a cosa servisse e lui, in perfetto mandarino, pazientemente illustrava le qualità della sua merce a un pubblico che capiva solo il tibetano.
Tutti i giovedì, invece, nel mio villaggio arrivava il Signor Fiat. Lo chiamavano così perché guidava un’automobile bianca dove spiccava rossa la scritta “Fiat”, in caratteri occidentali. Quella macchina faceva così casino che la sentivamo arrivare mezz’ora prima di vederla. Il Signor Fiat si fermava sempre nella piazza, perché era l’unico posto dove poteva posteggiare, scendeva vestito di bianco scansandosi con le mani una polvere immaginaria. Il Signor Fiat non era alto, ma abbastanza corpulento, portava due baffi lunghi e nerissimi e i suoi occhi si perdevano dentro l’ombra che il cappello gli spargeva sul viso. Il Signor Fiat comprava i bambini. Nessuno sapeva che fine gli facesse fare, ma pagava bene, e questo è importante in un mondo dove sono i soldi a decidere come e quanto devi vivere. Il Signor Fiat chiudeva lo sportello con delicatezza, poi si accendeva una sigaretta e aspettava. Chi voleva proporgli i propri figli non doveva fa altro che andare da lui, sentire quanto li valutava e poi decidere.
Testa di Manzo iniziò a prepararmi fin dalla notte precedente, la sera mi fece eccezionalmente cenare in casa, e mentre sorbivo la zuppa mi raccontava che voleva farmi un regalo bellissimo. Mi disse che il giorno dopo mi avrebbe presentato un signore, un signore buono, che mi avrebbe cambiato la vita. Aggiunse che sarei stato felice. Io pensai a cosa fosse la felicità, ma nessuna cosa più grande della nostra fantasia può essere immaginata. Così la mattina seguente mi portò a salutare le capre, Testa di Pollo, che non riuscì a trattenere le lacrime, e poi ci incamminammo verso la piazza. In lontananza brillava l’auto bianca del Signor Fiat. A un certo punto, durante il percorso, incrociammo un altro bambino, Pelle d’Ortica, con la sua faccia macchiata dagli eritemi, che mi osservava incapace di farmi domande. Ci guardammo un po’, ognuno di noi con la segreta speranza che l’altro potesse in qualche modo aiutarlo, ma l’illusione durò un attimo, e tutti e due tornammo a chinare gli occhi sui nostri passi.
Il Signor Fiat puntò gli occhi prima su di me, più stupito che interessato, poi si voltò verso Pelle d’Ortica il cui eritema, a causa dell’emozione, era esploso in mille rivoli rossi, alla fine scosse la testa. Aprì lo sportello dell’auto e fece per andarsene, quando il padre di Pelle d’Ortica lo prese per un braccio abbassando lo sguardo in segno di preghiera. Il Signor Fiat sospirò, poi fece un cenno con gli occhi e il ragazzino fu fatto entrare nel retro, poi mise in moto e sparì dalla nostra vista. Restammo tutti lì, fermi, ancora per un po’ immersi in una nuvola di gas di scarico e terriccio. Il padre di Pelle d’Ortica si chinò a raccogliere il denaro che lo straniero aveva lanciato per terra prima di andarsene, e pure lui tornò a casa senza nemmeno salutare.
Quella fu l’ultima volta che vidi il Signor Fiat.

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