Dodo* (I – Il segreto dei nani)

di Roberto Albini

Molti pensano che la particolarità più ingombrante, per un nano, sia quella di essere basso. In verità non è così. L’aspetto fisico, d’altronde, fino a quando qualcuno non te lo fa notare, è qualcosa che si estende al di là di noi, in quella terra sconfinata che va da appena fuori dai nostri occhi fino alla termine immaginato di tutti gli universi. L’involucro che racchiude i nostri pensieri è un “altro” dai tratti sfuocati se non in alcuni casi, quando cioè abbiamo voglia di soffermarci su di un particolare, per noia o per assecondare qualche tipo di esigenza precipua. Noi non ci vediamo mai per quello che siamo realmente fisicamente, ci supponiamo, per questo giriamo con il muco in bella vista nelle narici, o spettinati, o con il rossetto sbafato. In questa rappresentazione fantasiosa che la mente fa di noi, siamo solo abbozzati dall’ultimo ricordo, come un criminale disegnato in base al racconto di un testimone.
Persino un nano, come me, quindi non teme il proprio aspetto. Quando hanno smesso di farci fare i fenomeni da baraccone, gli schiavi, quando hanno cessato di considerarci esseri venuti dal sottosuolo, allora abbiamo potuto dimostrare di essere migliori di come l’ignoranza ci dipingeva. Abbiamo iniziato a vivere come loro, gli alti, a parlare, a considerarci menti prima ancora che corpi, ed è stato più facile accettare la sorte di un aspetto diverso. Quindi, non è l’altezza il vero problema dei nani, ma il potere, o deformazione chiamatela come volete, che oltre alla figura riguarda anche la psiche. La natura non si scusa mai con nessuno, perché tutto quello che esiste in natura è naturale, ma in questo caso, con noi nani, è successa questa cosa stupefacente che sembra voler in qualche modo compensare la nostra statura. Ci portiamo dentro questo segreto da millenni, praticamente da sempre, perché per noi, appunto, è naturale e ci pareva che tutti fossero come noi, almeno dentro. Poi quando abbiamo cominciato a poter frequentare gli alti abbiamo preso coscienza che loro non sono sul serio uguali a noi, né dentro, né fuori.
Il primo ricordo in assoluto che ho, è quello di una stalla. E’ il posto dove sono nato. Devo avere pochi giorni, o ore perché sento che mi sposto con fatica, senza saper veramente coordinare i movimenti. Mi vedo sguazzare in una pozzanghera di fango e merda, vicino a delle capre, portandomi in bocca le manine per assaggiare quella poltiglia. Mi ricordo tutto: l’odore, i colori, il tanfo delle bestie, il loro belare, il sapore di cacca, è come se fossi lì, se la scena si stesse svolgendo in questo momento. Posso persino girare lo sguardo e osservare il tetto di travi e paglia, i particolari delle crepe sulle pareti, e provare la sensazione che sentivo allora di curiosità mista a un vago senso di smarrimento. Molti di noi ricordano da ancora prima: qualcuno ha dei flash della propria gestazione, alcuni non hanno dimenticato le voci delle proprie madri ancora incinte. Però c’è una cosa che tutti abbiamo in comune: noi nani da quando nasciamo a quando moriamo non scordiamo mai nulla. Niente, nemmeno un secondo. Ci rimane tutto dentro, nei minimi dettagli, ogni sentimento, ogni cosa, ogni parola pronunciata, ogni frase che ci viene detta. Lo strazio di un lutto rimbomba per sempre nei nostri cervelli, così come l’amore più felice che abbiamo vissuto, ogni singolo attimo dell’esistenza di un nano rivive ogni attimo dell’esistenza stessa.
Il tempo a quel punto cessa di essere una retta con un prima e un dopo, e si trasforma in un punto, dove si svolge tutto nello stesso momento, passato e presente. Impossibile da spiegare agli alti. Per questo abbiamo scelto il segreto. Non vogliamo si acuisca la resistenza di questo imene che ci separa dalla normalità alla quale intimamente aspiriamo tutti. La normalità degli alti, quella fatta di oblio e inutile sfoggio di centimetri.

* Per chi volesse approfondire.

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