Il mio dio è una mosca

di Roberto Albini

Sapessi darle un nome a questa mancanza tiepida che fa chiudere gli occhi e le voglie, e se potessi indicarlo il posto dove vanno a finire le cose che non posso permettermi di dire né pensare, potrei segnarle su una mappa e ritrovarle il giorno in cui sentirò il bisogno di non avere bisogni.
Potessi chiudere la bocca e rifiutarmi di ingoiare tutta la pochezza di cui il Mondo e le sue voglie mi rimpinzano, potrei fare a meno di questo pesce crudo che mi ostino a chiamare cibo.
C’è un’idea mesta che uso per condire le giornate che mi separano dal mai più, e che sa di riso in bianco e sorrisi di circostanza al posto di risposte.
Mentre parli non ti ascolto, mentre ti penso non penso, mentre racconto c’è già un’altra storia che mi ha sorpassato. Il mio personaggio compare a pagina trecentosedici, prima dell’indice, e recita solo una battuta che nessuno vuol ricordare.
Quando tutto il finito si sostanzia in salsa di soia, una mosca entra e si posa sul mio piatto.
E’ il mio dio.
Sopravvissuto al freddo, sceso in Terra per annunciare niente, si sacrifica per un po’ di avanzi.
E a me sembra sia tutto ciò che c’è da sperare.
Non rimane che chiedere il conto.

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