Piove gente

di Roberto Albini

Mi piace un sacco quando papà mi porta a fare una passeggiata nelle belle giornate di primavera. Il mio papà ha un modo tutto suo per invitarmi ad uscire. Si affaccia piano con la testa sulla porta della mia stanza, poi quando io mi volto a guardarlo la ritira immediatamente, aspetta un po’ e rifà capolino. Va avanti così per qualche minuto mentre io rido perché papà fà le facce buffe, dopo ritira la testa e allunga il braccio con un casco in mano. A quel punto io recito la parte di quella che non ha voglia di andare fuori e dico “No! No!”. Così lui riappare con un’espressione triste  mimando l’atto di asciugarsi delle lacrime, io mi alzo e corro veloce veloce ad abbracciarlo, lui mi stringe forte e finalmente usciamo. Il problema di quando vado a passeggiare è quello stupido casco che devo per forza infilare, e quel mantello di plastica che mi copre sempre i vestiti carini che mi compra mamma. Con quei cosi addosso alla fine sembriamo tanti piccoli sacchetti della spazzatura. Io insisto con papà affinché mi eviti di indossare quella casacca, ma a quel punto lui fa l’espressione arrabbiata tirando in giù i lati della bocca fino a formare una grande mezza luna al rovescio. Ecco, io non resisto, mi metto a ridere e faccio tutto quello che vuole lui. Io amo il mio papà.
Appena fuori dal portone mi chiede dove voglio andare, anche se già sa la mia risposta. Con un dito indico la direzione del parco dove c’è il ponte di corde che a me piace un sacco. E poi vicino al parco c’è il negozio di giocattoli, che non è un vantaggio da poco quando a disposizione hai un padre così adorabile che cede a qualsiasi tua richiesta. Mi prende per la mano, mi aggiusta il casco in maniera che non mi scivoli sugli occhi e, lentamente, con molta cautela, ci avviamo verso il parco. Papà in genere mi precede di poco e passa tutto il tempo ad osservare il cielo, ma non perché gli piacciono le nuvole, piuttosto perché può capitare che uno si distrae e magari può finire schiacciato. E infatti, dopo pochi metri da casa, papà si blocca di colpo e mi avverte senza mostrare particolari emozioni: “Aspetta”. Io ubbidisco. Trascorre appena un momento e davanti a noi, da chissà dove, precipita una massa scura che al contatto con il suolo si spappola in mille piccoli brandelli, producendo un rumore sordo e liquido allo stesso tempo. Chiudo gli occhi istintivamente. Pezzi di carne frammisti a schizzi di sangue mi imbrattano la casacca di plastica, e un pezzetto di materia cerebrale mi finisce su una guancia. Io rimango immobile, non fiato, mio padre nemmeno. Poi si gira per verificare le mie condizioni. Da una tasca tira fuori un panno con cui asciuga il sangue dal mio soprabito, e diligentemente con due dita mi tira via dal viso i residui di carne. “Stai bene?”, mi chiede tranquillo, e io annuisco. “Fai attenzione a non calpestare quel poveretto mentre passi”, aggiunge. Allora, ubbidiente, faccio un passo largo per non schiacciare un pezzo di mano poi incrocio l’altro piede, come se giocassi a campana, per evitare una gamba. “Coraggio, manca poco, siamo quasi arrivati”, prosegue lui, “non credo ne precipiteranno più di altri due al massimo”. Gli sorrido, faccio di sì con la testa e proseguiamo mano nella mano.
Percorriamo all’incirca altri cento metri quando, dall’altro lato della strada uno schianto di lamiere ci fa sobbalzare a tutti e due. Un altra persona si è buttata da un balcone finendo dritta sul tettuccio di un’automobile. Subito suona l’allarme che assomiglia al pianto isterico di un neonato. Le persone che si trovavano vicino al luogo dell’impatto imprecano pulendosi dal sangue e dai frammenti di vetro, poi veloci attraversano per non rischiare di scivolare in qualche rimasuglio di materia organica. Ci sono un sacco di persone che si fanno male a causa di quelli che si suicidano. Lo dice anche la TV di fare molto attenzione quando si va in strada.
Mio padre accelera il passo. Se arriviamo al parco non corriamo pericoli, perché lì non ci sono palazzi e quindi nessuno si può buttare da nessun posto. Per questo papà mi prende in braccio per fare più in fretta. Mentre camminiamo osservo la scena del suicida sull’automobile.  I resti di una persona giacciono sparsi intorno alla macchina, piccoli torrenti di sague rigano l’antica carrozzeria verde metallizzata finendo sull’asfalto dove formano pozze nelle quali qualche gatto va a dissetarsi. L’allarme ha smesso di suonare e un uomo in piedi davanti al cofano scuote la testa. Sposta frattaglie e arti spezzati per quantificare i danni che ha subito. Sicuramente è il padrone della vettura, perché anche da quaggiù riesco ad ascoltare le parolacce che sta dicendo.
Mi avvicino all’orecchio di papà e gli domando: “Papà ma perché? Perché tutta questa gente fa così?”. Ma lui non mi risponde.
Con una mano mi accarezza la nuca stringendomi a sé fortissimo. “Siamo arrivati, ecco il parco”, mi dice.
Io scendo di corsa e vado a godermi questa bella giornata di sole.

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