Tiburtina blues

di Roberto Albini

Prima o poi ti capita per forza almeno una volta nella nella vita che uno ti ricorda di cosa si nutrono le cozze proprio mentre stai mangiando cozze, che ha un bel fisico ma un toast nel cervello, che trovi al volo parcheggio ma è quello dei diversamente abili, che dici questa è l’ultima e poi non ti ricordi più niente, che dici questa è l’ultima e poi ti rinnamori, che ti arriva la risposta giusta solo dodici ore dopo, che allora ti fai un film dove tu hai vinto e tutti ti applaudono, che aspetti così tanto che alla fine non sai nemmeno più cosa, che ti fermi a guardare un tramonto ma poi ti squilla il cellulare, che ti baci così tanto che ti cacciano dal locale, che appena spegni la luce appaiono i fantasmi, che se ti frughi nelle tasche trovi solo un fazzoletto di carta centrifugato, che la cicca cade proprio sulla maglietta nuova e te la buca, che ti ritrovi a parlare ma senza ascoltare, che parli ma non ti ascoltano, che parli ma ormai non sai più il perché, che il film di cui tutti parlano ti fa cagare, che lei ti dice che è per il tuo bene, che ti fermi a pensare e nemmeno tu sai qual è il tuo bene, che ti perdi in una folata di vento fresco, che ti ritrovi in un vagone affollato, che gli altri in fila ti sembrano bestie e poi ti metti in fila, che conti il tempo che ti resta, che sai la risposta ma non la sai dire, che ti guardi allo specchio e ti sorridi, che ti avvicini all’acqua ma non ti butti e torni in spiaggia, che ci stai a tanto così, che ti ricordi una canzone e la canti tutto il giorno, che hai tabacco e filtri ma nemmeno una cartina, che lo dovresti dire ma poi ci ripensi, che non sai cosa pensare, che non sai cosa dire, che ti accorgi di non sapere abbastanza di niente.
Poi scatta il semaforo.

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