Letto 137

di Roberto Albini

Anche se il tempo non passa mai, in fondo non mi pesa fare il turno di notte. L’ospedale è più tranquillo, non ci sono visitatori a scocciare, e i pazienti in genere si limitano semplicemente a morire. Il ritmo è scandito dai giri di visita, uno ogni ora circa, fino a quando mi tranquillizzo e trovo anche il tempo per farmi un pisolino. Scelgo una barella libera, mi stringo la felpa sopra il camice e mi stendo cercando un po’ di pace. Ma proprio in quel momento entra nella stanza correndo un infermiere. Dice che il Letto 137 ha una crisi, dice di sbrigarsi che è grave. Non è mai semplice incontrare la pace.
Quando arriviamo ci ritroviamo di fronte a una paziente gastroreseccata più di una settimana fa, che ha deciso di iniziare a sanguinare dal sondino naso gastrico proprio durante il mio turno, e proprio oggi che tutti i chirurghi sono in una riunione importantissima con tutti i medici e i direttori della clinica. Mi avvicino per rendermi conto della situazione ma il sondino per la pressone sanguigna si stacca dal collo della paziente e inizia a schizzare fiotti di sangue. Mi imbratto tutta la felpa prima di riuscire in qualche modo a recuperare la situazione. Le rinfilo il sondino e inizio subito la terapia standard per tamponare il sanguinamento e sostenerla nei parametri vitali. In pratica le inietto una soluzione fisiologica con ranitidina, Emagel cioè un colloide che espande il circolo, acqua fredda con antifibtinolitico nel sondino nasogatrico, e vitamina K. In realtà non possiamo fare molto di più. Osserviamo come va con la terapia medica, perché sappiamo che le hanno fatto un intervento assurdo. No comment… Un K gastrico a un paziente con cirrosi epatica. Io non l’avrei mai operata. Che poi qua non è il mica il Policlinico. Questi hanno due cosucce… non so nemmeno come fanno a eseguire certi interventi. Mi rendo conto che la situazione è fuori dalla mia portata. Ho bisogno di un chirurgo.
I corridoi dell’ospedale di notte sono illuminati da una luce fioca. Il silenzio è interrotto solo dal pigolare delle apparecchiature mediche e dal rumore dei miei passi. La riunione si svolge in una stanza nei sotterranei, la luce che filtra attraverso i vetri smerigliati della porta si schianta contro la penombra del resto dell’edificio. Non busso, apro la porta ed entro con il respiro pesante. La stanza è gremita di gente in giacca e cravatta. Un uomo che indica con la bacchetta una slide proiettata sul muro si interrompe e si gira a guardarmi, in quel momento mi rendo conto di essere completamente sporco di sangue e che probabilmente il mio sguardo deve essere spettrale. D’un tratto mi ricordo dove mi trovo, mi vergogno, così mi aggiusto un po’ i capelli, mi tolgo il fonendoscopio dal collo e lo infilo in una tasca della felpa. Una donna con i tacchi a spillo e un vestito che palesemente non la lascia respirare per quanto è stretto, mi domanda gentilmente cosa è successo e quando si rende conto della situazione annuisce con la testa, poi mi fa cenno di aspettare. L’uomo che stava parlando riprende il suo discorso che dura per altri due o tre minuti poi, appena finiti gli applausi, la dottoressa si alza e mi viene incontro dicendomi di accompagnarla al Letto 137. Camminiamo lentissimi perché lei praticamente non si può muovere, imbalsamata com’è in quel tailleur, io invece a la precedo di fretta con la mia felpa insanguinata tanto che non ci posso pensare a quello che siamo in questo momento insieme, o mi viene da ridere.
Il primo a entrare nella stanza sono io, ma mi faccio subito da parte. La dottoressa mi passa a fianco traballando sui suoi tacchi, si fa dare i guanti dall’infermiere e si avvicina alla paziente per controllarne lo stato. Allora la moribonda fa un gasping, un respiro agonico, una specie di sussulto che fa la gente prima di morire, ma solo quando gli si spacca il diaframma. Una cosa rara insomma, però a causa di quello spasmo si sgancia di nuovo il sondino e uno schizzo di sangue va a finire sul vestitino della dottoressa la quale scarica un “Cazzo”, che rimbomba nei corridoi per alcuni secondi. Alla fine non possiamo fare altro che certificare il decesso del Letto 137. Non sono casi da cui si possa uscire salvi questi. C’è solo da capire come è più dignitoso morire.
La dottoressa, a questo punto, mi ordina di prendere nota dell’ora e giorno del decesso e io lo faccio diligentemente perché, a pensarci bene, quello che alla fine rimane di noi sono due date.

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