L’amico ritrovato (3,5 di 4)

di Roberto Albini

Dunque, io dico che è così che funziona. Due cose s’incontrano, condividono un tempo, delle esperienze, accumulano ricordi fino a quando non succede qualcosa. Qualcosa di chimico, di fisico. Le polarità si invertono, giorno dopo giorno, anno dopo anno. L’attrazione scema seguendo lo schema che forma l’ossatura stessa dell’intero universo: attrarsi, respingersi. Non importa da cosa o da chi, ma fin dal primo giorno in cui nasciamo, noi ci allontaniamo. Ad iniziare da noi stessi. Allora, mi chiedo, che senso ha tutto questo innaturale rincorrere storture spazio temporali per riportare in vita due adolescenti nel presente di due adulti sconsolati. Mi chiedo, perché non li abbiamo lasciati lì, a ridere tra loro; perché gli abbiamo fatto questo Leonardo?
Scrivo e poi cancello tutto.
Che cazzo di vizio che ho di fare le tragedie.
Voglio dirgli che quel libro fa cagare, che ha fatto bene a tenerlo nel cassetto. Spero l’abbia fatto leggere al minor numero di persone possibile, lo dico per lui, per il suo, diciamo, onore. Chiunque leggendolo si accorgerebbe che quello è una specie di confessione, di memoriale. Ho voglia di chiedergli se ho capito bene, se gli sono successe sul serio le cose che ha scritto. Vorrei trovare le parole giuste per domandarglielo senza ferirlo, senza fargli capire che razza di sospetti ho su di lui. E vorrei tanto lui mi rispondesse che sono un pazzo, che si offendesse, che mi smentisse. Perché non c’è piacere più fine di quello che prova un ateo quando incontra dio, di quello di uno scettico che assiste all’atterraggio di un’astronave, di quello di un razzista che finisce emigrato in Germania, e di quello di una persona che pensa di aver capito tutto e che si ritrova davanti a una smentita.
Allora, mi tengo sul vago. Parlo in generale di letteratura. Come tutti quelli che non hanno un cazzo da dire su una cosa che hanno letto, sparo una citazione a caso, un nome qualsiasi di uno scrittore qualsiasi che dichiaro ricordarmi il suo stile. Mi dimostro freddino, ma poi gli dico che andrebbe ripreso, corretto, “limato”. Uso la parola “limato”, perché mi è sempre piaciuta come espressione riferita a un libro, ma non so con esattezza che concetto voglia esprimere in verità. In tutti i modi, riesco ad accozzare sufficienti frasi per riempire una mail dal tono cordiale, che alla fine invece di salutarti ti dà una pacca sulle spalle.
Ancora una volta insomma ho deciso di non dire la verità.
Quindi andrà tutto bene.

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