L’amico ritrovato (3 di 4)

di Roberto Albini

Poi ad un tratto ho capito il motivo di tanto imbarazzo, di questa atipica mancanza di ispirazione. Non era la pagina a essere bianca, ma la mia vita. Un bianco che guardandolo dipanarsi nel tempo sfuma al trasparente, perdendosi in una serie di ricordi confusi, inconsistenti come quello che provano a ricordarmi. Nel momento di stendere la mia biografia, mi sono reso conto che non ho nulla da raccontare. I picchi più alti li ho ottenuti nelle sconfitte, negli sbagli, e nessuno è contento di confidare i propri fallimenti. Così decido di non copiare Leonardo, e di non scrivere in modo diretto quello che mi è successo dal momento in cui ci siamo persi di vista fino ad ora. Mi insinuo tra i paragrafi della sua lettera, come un amante si infila nel letto delle sue donne, senza aprirsi mai veramente, lasciando alla voluttà del momento il compito di narrare. Isolo le frasi commentandole piuttosto che integrandole con stralci della mia vita. In fondo gran parte del suo racconto parla di donne, relazioni finite, difficoltà, argomenti che appartengono a tutti, e sui quali chiunque può dire la sua senza peraltro sporcarsi più di tanto. Concludo la mia risposta con un’esortazione a riscrivermi quando prima, ma in verità non voglio sul serio.
In un passaggio accenno ai miei libri, ma solo perché Leonardo ha scritto che è tramite quelli che è risalito a me. Ne parlo in maniera sfuggente, vaga, senza darne risalto, senza aggiungere particolari, smorzando qualsiasi tipo di entusiasmo. Eppure lui è proprio da lì che riparte quando mi riscrive, pochi giorni dopo. Mi confessa che pure lui ha scritto un libro, anche se lo tiene gelosamente custodito in un cassetto per pudore. Questo mi dà la possibilità di insistere affinché me lo spedisca, non perché sia particolarmente curioso, piuttosto perché questa è l’occasione per defilarmi dal raccontarmi e concentrare l’attenzione su un altro argomento. All’inizio declina, poi mi dice che me lo manderà solo se prima mando i miei. L’assecondo, gli spedisco i libri, e puntualmente lui contraccambia. E’ passato già un mese dalla prima mail.
Il plico mi arriva una mattina di novembre. Un sabato mattina per la precisione. Dentro c’è un fascicolo di fogli da fotocopia non rilegati, incredibilmente battuto a macchina. Saranno un centinaio di pagine, scritte fitte. Alcune righe sono chiare a causa dell’inchiostro, altre procedono in diagonale invece che dritte come dovrebbe essere, in altri punti mancano addirittura delle lettere. Qualche parola è corretta a mano, con la penna. Nel complesso il manoscritto mi fa un’impressione strana. Sarà la mancanza di abitudine a quella forma di scrivere, ma le pagine mi trasmettono qualcosa di tetro, quasi che quell’ingorgo di frasi stampate male, riflettesse in qualche modo la vera natura interiore di Leonardo. Credo che in alcuni casi tra la forma e la sostanza non ci sia nessuna differenza, e che il modo con il quale appariamo sia solo il prodotto di quello che siamo. Lascio il volume di Leonardo sopra un mobile per una settimana, senza avere il coraggio, anzi la voglia, di aprirlo. Quando passo per caso nella stanza dove l’ho riposto, lo guardo distrattamente, ma lui mi fissa ricordandomi che ho un altro dovere non richiesto al quale rendere conto. Ed è per questo forse, per il mio naturale attaccamento ai doveri, e non per piacere, che un giorno lo prendo e me lo metto in borsa.
Il libro si snoda nello stesso modo scialbo con il quale è stato impresso. Dopo quattro pagine ci sono già un numero imprecisato di personaggi. Leonardo non si è preoccupato di approfondire nessuno dei loro caratteri, così che dopo un po’ non capisco più di chi sta parlando e qual è il suo ruolo nella storia. Riesco a capire che è il libro parla di un uomo in rotta con la sua compagna, c’è un figlio di mezzo e una serie di comprimari ambigui. Anzi, lo stesso protagonista è un personaggio squallido, ma lo è in un modo sguaiatamente reale, senza alcuna intenzione di essere romanzato. Il racconto procede in maniera caotica. La vita di questa persona immaginaria è raccontata attraverso un continuo altalenarsi di passato e presente, ma si fatica a capire quando i fatti sono già accaduti e quando stanno succedendo. Le frasi sono troppo lunghe e immotivatamente complicate nella ricerca di renderle profonde. A metà libro, mi prende una specie di nausea. C’è troppo sesso, in questa storia: un padre che abusa della figlia, un costante riferimento alla masturbazione, alla pornografia, non sempre funzionali al racconto. E poi uno dei personaggi è  un pedofilo che ricorda al mondo di essere stato anche lui una vittima prima di diventare carnefice. Ma manca di grazia, e la linea narrativa a tratti perde la sua vena immaginaria facendo pericolosamente assomigliare il romanzo a una cronaca. I dilettanti non sono in grado di scrivere a proposito di cose che non hanno vissuto, e lasciano tracce grossolane nel tentativo di mascherare la realtà con la finzione.
Magari potessi ordinare ai miei pensieri di non precedermi.

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