L’amico ritrovato (2 di 4)

di Roberto Albini

Ricevo la mail mentre mi trovo dentro la metropolitana. Anche se il vagone è stracolmo, tanto che per poter vedere lo schermo del telefono devo cimentarmi in una posa di Tai Chi, non resisto. Devo assolutamente leggere la mail. E’ lunghissima e io non posso rimanere troppo a lungo in questa posizione, così inizio a saltare pezzi cercando di soffermare la mia attenzione solo sui paragrafi che mi sembrano più interessanti. Salto i saluti, i “Quanto tempo sarà passato?”, dribblo qualche episodio di gioventù ma non troppi. Ho bisogno di recuperare ricordi su di noi. La lettera mano mano che prosegue sfuma sempre più verso l’attualità in un moto che potrei definire dall’alto zigzagando verso il basso. Ho letto qualcosa, un paio di paragrafi prima a proposito di una ragazza conosciuta in vacanza, in Sicilia. Ora però sta parlando di Parma, e non ho capito cosa ci sta facendo, né il perché si trovi lì.
C’è un personaggio, un signore sull’ottantina a giudicare dalle sue rughe. Per leggere sono obbligato a sfiorargli il naso col gomito, e lui sbuffa visibilmente. Adoro questa maniera educata che hanno gli anziani di mandarti a fanculo. Roba di classe, cose d’altri tempi. Mi immagino che quando era giovane, per enfatizzare il suo disappunto, si sarebbe tolto il cappello con stizza. Ora non l’indossa più il cappello, e nemmeno i capelli. Adesso c’è il mio gomito sul suo naso.
Sbirciando tra una frenata e un’altra, torno qualche riga indietro. Quella ragazza era una cosa importante, l’ha voluta seguire a Parma, voleva una famiglia. Invece dopo le cose sono precipitate, e nemmeno la nascita di un figlio ha potuto evitare l’inevitabile. Brutta cosa la fine delle cose. Insomma, riassumendo Leonardo ora vive a Parma e ha un figlio. Provo a incastrare il ricordo che ho di lui con il concetto di paternità, ma senza risultati. La mail finisce con un saluto affettuoso, l’invito a rispondere presto, insomma le solite cose.
Tolgo il gomito dalla faccia del vecchietto. Mi piacerebbe recuperare punti nei suoi confronti, perché gli ho fatto un torto ingiusto. Potrei dire che nell’esercizio di un’esigenza badiamo poco a chi o cosa schiacciamo. Forse un tribunale potrebbe riconoscere delle attenuanti per questo e decidere di ridurmi la pena. Cerco un modo per esprimere il mio pentimento in una forma a lui familiare. Se portassi un cappello, me lo leverei giuro. Decido di sorridere cortesemente accennando una faccia dispiaciuta ma che allo stesso tempo deleghi la colpa di quel gomito fastidioso alla folla indisciplinata. Il vecchio però non capisce, forse pensa che lo voglia prendere in giro, e scuote la testa prima di voltarsi dall’altra parte.
Per tutto il tragitto penso a quella mail. Appena torno a casa accendo il computer e ricomincio a leggerla, stavolta però senza saltare pezzi. E’, in pratica, un riassunto abbastanza preciso della sua vita da quando ci siamo persi di vista fino ai giorni nostri. Al principio, quando racconta i vecchi tempi di scuola, è quasi poetico. Cita episodi che avevo del tutto scordato e ogni volta che immagino quello che leggo non posso fare a meno di sorridere. Ha fatto molti lavori, ha passato dei bei tempi, ma poi qualcosa è cambiato e ancora non ha smesso di farlo. Un po’ quello che succede a tutti, anche se tutti pensano sia successo solo a loro.
Sono contento. E’ una bella lettera a cuore aperto, si nota che chi l’ha scritta si è sforzato di rivolgersi a me come una persona di fiducia, un confidente. Merita sicuramente una risposta altrettanto sincera che ricambi quest’affetto. Scrivere mi rimane facile, questo è un dato di fatto, soprattutto quando sono mosso dalle emozioni. Così apro una nuova finestra bianca, osservo per un attimo la tastiera e inizio.
Caro Leonardo,
No.
Ciao bello!
Nemmeno.
Amico mio,
Ma va…
E accendo la prima sigaretta.

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