L’amico ritrovato (1 di 4)

di Roberto Albini

A pensarci bene, è proprio buffo il modo in cui ho ritrovato Leonardo. Dai tempi del liceo sono passati più di venti anni e avevo già associato il suo ruolo nella mia vita a quelle di certe figure che nella memoria sono finite dietro una coltre di nebbia, ma che tuttavia il solo pensarle mi fa star bene. Certe persone ci lasciano dentro non tanto quello che fu la loro presenza fisica, quanto piuttosto una specie di eco fatto di sensazioni che continuano a riverberare per tutta la nostra vita. Ecco, Leonardo per me era questo. Il mio migliore amico al liceo. Certo non ricordavo più il perché lo fosse diventato, a mala pena mi venivano in mente due o tre scene insieme, però devo ammettere che lo pensavo in maniera quasi ciclica, una due volte l’anno. Farlo mi dava serenità, mi consolava ricordandomi che anche io avevo avuto un periodo di serenità in un passato remoto. Ammetto che qualche volta l’ho anche cercato in qualche social, o più genericamente digitando il suo nome nei motori di ricerca, ma senza successo. Leonardo era sparito, come la mia adolescenza, e non aveva lasciato traccia. Così smisi. In fondo mi faceva ancora più piacere questo suo essersi dissolto, lo rendeva ancora più mitico nei miei ricordi, mummificandolo per sempre nella posa che aveva su una vecchia foto di una gita a Firenze: abbracciato a me, ridendo a crepapelle.
Le cose hanno l’unica finalità di terminare. Tutto corre costantemente e inesorabilmente verso la propria fine, è così. E’ così anche se non riusciamo ad accettarlo. La mia amicizia con Leonardo l’avevo inquadrata in questo schema, come molte altre volte mi era già successo. Mi sforzavo di farmi venire in mente com’era stata la nostra di fine ottenendo solo un lento sfumare al bianco. Semplicemente a un certo punto della mia esistenza lui non c’era più. Un giorno però mi capita di fare una di quelle cose che non faccio mai: riordinare la mia casella di posta elettronica. Così inizio a dare un’occhiata al cestino, poi all’indesiderata. Quel giorno non avevo nulla da fare, me la prendevo comoda, per curiosità scorro fino al più antico di quei messaggi raminghi, mi sollazzo scoprendo che la più vecchia era datata 2003. Inizio quindi un viaggio al ritroso verso la più recente e in questo inutile stilare di nomi improbabili leggo il cognome di Leonardo. Penso sia un omonimo, ma poi apro la lettera ed è proprio lui. La mail mi è arrivata più di un anno e mezzo fa. Emozionato per la scoperta inizio a leggere e vengo a sapere che nemmeno lui mi ha mai dimenticato, che pure lui mi ha cercato e che finalmente è arrivato al mio indirizzo, ed ha deciso subito di scrivermi. Non c’è nessun riferimento alla sua vita attuale, né fa alcuna domanda sulla mia. E’ semplicemente un provare a ricontattarmi.
Subito rispondo. Gli confermo il mio affetto per lui mai sopito, e che mi sembra stupendo che ci siamo ritrovati. Poi rifletto sul fatto che ho letto la mail un sacco di tempo in ritardo. Magari quell’account nemmeno lo usa più. Se risponde, però, potremo dire che è stato il destino a volerci far rivedere dopo più di venti anni, e tutto si colorerebbe di magico. Mi metto a ridere da solo: ma quale magia. Non so per quale motivo mi sono all’improvviso così rammollito da sperare nella “magia”, nel “destino”. Non c’è nulla di preordinato, nessuna fatina degli amichetti a regolare i giochi in questo putrido pantano di caos che chiamiamo esistenza. Probabilmente si sarà scordato di aver mandato quella mail una sera che fuori pioveva e in televisione non c’era nulla di interessante. Sicuramente aveva pure bevuto e si era pentito successivamente di essersi messo davanti al computer in quello stato, sperando con tutto se stesso che la mail non mi fosse arrivata.
E’ così che vanno le faccende tra esseri umani. Ci si accontenta dei ricordi, e forse è pure giusto così.
Due giorni dopo Leonardo mi risponde.

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