Il mistero della strada dove si suicidano i polli

di Roberto Albini

Anche se io stesso stento a crederlo, quella strada esiste. L’ho vista, e ho assistito personalmente al fenomeno, se così vogliamo chiamarlo. Posso assicurare che è tutto vero. E’ proprio come lo raccontano i vecchi al bar, riuscendo perfino a riderci sopra.
La strada statale che passa al lato del paese, durante il suo tragitto attraversa i campi, la maggior parte coltivati a ulivi, e le piccole fattorie dove gli anziani o i loro figli si sono costruiti una baracca al centro di un orto. Molti di loro allevano anche animali, non certo vacche o pecore ma bestie più facili da curare nel tempo libero, tipo conigli, piccioni, e naturalmente galline. Chi come me viene dalla città, non può non rimanere stupito nello scoprire a così pochi chilometri dal regno del catrame, i residui acquerello di una civiltà ancora contadina. Si sente puzza di cacca nell’aria, ma non è quella dei cani alla quale sono abituato. La puzza delle feci di cane cittadino odorano di rancido, di scatolette di cibo nato in laboratorio affinché la loro cacca puzzi proprio in quel modo. Qui con la merda ci concimano i campi, e il suo profumo ricorda i prati, gli alberi, e quasi mai fa venire voglia di vomitare. Uno come me, che viene dalla città, quando sente l’olezzo di questa cacca qui si rilassa, capisce di trovarsi altrove.
La statale si aggroviglia su per le colline in infiniti tornanti e curve a gomito, passa attraverso un bosco di olmi, dove i rami si trasformano in incredibili gallerie naturali. Supera una zona industriale, poi si restringe fino quasi a sparire inghiottita dai campi multicolori che tappezzano il paesaggio da queste parti. Alla fine arriva a lambire il paese incrociando la via principale. Quel tratto è molto ampio e a un lato dell’incrocio c’è persino un Autogrill, perché questo è uno snodo importante per chi viaggia da nord verso sud. La statale in questo tratto diviene quasi un’autostrada per quanto è larga e maestosa, per quanti camion e macchine piene di valigie ci transitano. E’ una strada pericolosa la statale: tutte le madri avvertono i figli di starci attenti con la stessa preoccupazione di quando, in passato, li avvertivano della presenza dei lupi.
Chi passa per questa cittadina non potrà non fare a meno di ascoltare la leggenda legata a questa strada. Ne parlano tutti, costantemente. Anche quando apparentemente non c’entra nulla col discorso. I primi tempi la cosa mi divertiva, la trovavo una peculiarità caratteristica di questi che consideravo i soliti sempliciotti di provincia. Poi con il tempo la cosa iniziò a diventare stucchevole, sembrava quasi fosse l’unico loro pensiero, e data la natura assurda di queste storie avevo l’impressione di trovarmi in un posto abitato da pazzi dove l’isteria, dovuta all’esposizione prolungata alla noia, aveva finito per danneggiare irrimediabilmente il loro cervello. Non che la cosa mi stupisse in fondo, ma quello che cercavo era di fuggire alla follia quotidiana nella quale ero immerso, non ritrovarmi in un’altra diversa ma insulsa allo stesso modo. Dunque una sera, volli accertare personalmente una volta per tutte la veridicità o meno di questa leggenda. Aspettai l’oscurità, mi appostai nella piazzola dell’Autogrill, dietro un cespuglio, con gli occhi rivolti alla strada e mi accesi una sigaretta.
Di quei momenti d’attesa ricordo la noia, il cielo sorprendentemente stellato, il pacchetto di sigarette finito, la consapevolezza dell’assenza di tabaccai in un raggio di dieci chilometri, il nervosismo inevitabile che danno le consapevolezze. Quest’ultima sensazione mi mise particolarmente ansia e decisi dunque di andarmene in cerca del vizio, fregandomene della mia missione. Ma quando stavo per abbandonare la piazzola, lo vidi.
Il pollo sbucò dalla radura che costeggiava la statale, resa pece dalla notte e dalla scarsa illuminazione pubblica. Fece appena due passi portandosi nella piccola corsia d’emergenza. Guardava dritto davanti a sé, senza spostare di un millimetro il suo becco. Si mosse ancora di due passi oltrepassando la linea gialla, ma solo le sue zampette rigide come le gambe delle SS durante una marcia parevano dotate di vita. Un camion da lontano fischiò il suo segnale e allora il pollo prese a correre, trotterellando, agitandosi con quelle sue ali inutili per mantenere l’equilibrio, poi una volta raggiunto il centro della strada tornò immobile. Il camion giunse dopo almeno un minuto, durante il quale la gallina non mosse nemmeno le palpebre per inumidire gli occhi. Il pesante mezzo passò sopra il suo corpo spappolandolo in mille coriandoli di carne. Nemmeno rallentò, nemmeno si accorse di averlo ucciso. Insomma la leggenda era vera. In questo punto si vengono a suicidare i polli. Per lo stupore mi scordai addirittura che avevo finito le sigarette.
Nella mia memoria la scena durò per almeno un’ora, ma sono convinto che si svolse tutto molto più velocemente. Del momento immediatamente dopo l’impatto ricordo una macchia scura, incredibilmente piccola rispetto al corpo della gallina. La Panda azzurra che sparse i suoi ultimi resti. La targa nera con al centro una “T” gialla lampeggiante dietro di me, all’Autogrill. La consapevolezza che quell’insegna luminosa attirava me e il pollo nella stessa maniera.

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