Se partissi me ne andrei

di Roberto Albini

Se partissi me ne andrei. Prenderei la Tiburtina direzione Raccordo, e poi uscirei alla seconda a destra, direzione Firenze. Sempre dritto fino al casello, afferrerei il tagliando e poi mi fermerei dopo cinquecento metri per farci un filtro. Perché se parto mica torno.
Che quando parti insieme alle valigie ti porti dietro la voglia di atterrare su un altro pianeta col corpo o meglio ancora con tutto il resto, o perlomeno ti senti diverso, con lo stereo spalmato sui paesaggi e il ricordo della nonna, del pane col pomodoro. Gli amici sono più simpatici o non saranno mai più amici, le ragazze per festeggiare te la danno e allora tu pensi che è sempre così a Madrid, ma pure a Londra. Ti affacci fumando e ti convinci che è questo il posto che meriti.
E che non torni.
Tornare è come morire. E’ il momento in cui ti domandi perché ci siamo organizzati così, con la voglia di vivere temporizzata, come le pentole a pressione. Un giorno sei libero, il giorno seguente devi guadagnarti la libertà. Dentro il treno, mentre pisci, scommetti con te stesso che se centri la tazza torni se schizzi fuori no. Se viaggi e torni, c’è sempre un incidente che ti aspetta: o quello sulla corsia opposta, o il tuo con la realtà.
Se partissi me ne andrei e non saluterei nessuno, che di tutti quelli che se ne sono andati nessuno mi ha mai salutato. Sono un posto dove in molti non vogliono tornare. Sono saliti su treni che li hanno portati su gli altri pianeti di questo pianeta, colmi di distanze che non si calcolano in chilometri.
Il bigliettaio mi guarda e non capisce.
Continua a ripetermi che per Fiumicino, andata e ritorno, costa cinque euro e cinquanta.
Non ci hai capito un cazzo.
Solo andata grazie.

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