La verità è una bugia al contrario

di Roberto Albini

Il mio compagno di camera è uno spagnolo.
Un tipo taciturno, come tutti quelli che affrontano il cammino da soli. Pure io, in cinque giorni di viaggio, avrò detto al massimo due o tre parole, ma il silenzio non mi pesa. Parlare è un po’ come mangiare: dopo un po’ di digiuno lo stomaco ti si ristringe così che dopo ti basta meno cibo per saziarti e pochissime parole per sentirti vivo. Quando ho preso possesso del letto lui già ci stava, e a giudicare da come aveva sparso i suoi indumenti per tutta la camera, non si aspettava di dover condividere la stanza. Mi ha salutato con un cenno del capo al quale io ho risposto nella stessa maniera. Ho scoperto che è spagnolo dalle sue letture. Il mio compagno di camera legge solo romanzi di fantascienza anni ’50, con le copertine variopinte di astronauti che assomigliano a lampadine, e marziani che sono tutte pin up con le antenne. Io invece non mi sono portato libri. Ho scaricato sul mio lettore Mp3 una serie infinita di documentari su serial killer e assassini misteriosi, e il tempo libero lo passo ad ascoltare la vita delle persone che non hanno avuto vita.
E’ cheta la sera nella mia stanza.
Ognuno di noi due è immerso nel suo mondo inesistente fatto di criminali psicopatici e abitanti di Alfa Centauri, e non ci viene voglia neanche solo di voltarci, dire, che so, un ciao come ti chiami, rischiando così di ritornare qui, sulla Terra, e ritrovarsi sdraiati su una brandina sgangherata.
Ma poi è successo che gli è caduto un libro, io l’ho raccolto e gliel’ho ridato. Lui m’ha sorriso e me lo ha chiesto. Come mi chiamo. A me quando qualcuno dice il proprio nome viene una specie di dislessia, e nel momento stesso in cui finisce di pronunciarlo io già me lo sono scordato. Per questo io il mio compagno di stanza me lo ricordo come Mfias, che è il rumore umanamente riproducibile più simile al suono che ha prodotto presentandosi. E’ questo il modo con il quale l’ho chiamato per quelle due notti in cui abbiamo condiviso la strettezza di quelle quattro mura. Durane un’estate piovosa. A Santiago De Compostela.
Mfias mi racconta che è in giro da sei mesi. Ha percorso a piedi la Germania spingendosi a est, fino in Cecoslovacchia. Dopo è tornato indietro passando per l’Inghilterra, proseguendo a sud verso la Francia per poi dirigersi di nuovo verso nord, in Galizia. Io annuisco tutto il tempo, però quando finisce di raccontare non posso fare a meno di farmi scappare un ’tacci tua. Non sotto forma d’insulto chiaro, ma come esclamazione, per ammirazione rispetto alla sua impresa. Mfias mi guarda strano. Mi domanda cosa ho detto, è un tipo curioso dice, gli piace conoscere parole nuove in una lingua che non è la sua. E adesso cosa gli rispondo?
Potrei dirgli la verità, ma non so se è in grado di accettarla. Gli dico: “Mfias da dove vengo io, cioè Roma, la gente s’insulta per affetto, oppure tramite le brutte parole esprime gioia, ammirazione, stupore, e non solo irritazione. Ecco Mfias, in pratica ho maledetto i tuoi più cari morti, ma nel senso buono”. Se io non sapessi che questa è la pura verità, se venissi da Roma, se non fossi abituato da sempre a questo costume, penserei sia una presa in giro. Gente che quando s’incontra, per affetto, si saluta accusandosi a vicenda di essere figli di meretrici. Ci si può credere?
Mfias mi osserva e non capisce perché ci stia mettendo così tanto a rispondere. Per questo decido di dare sfogo all’immaginazione e di buttarmi. “Taccitua è una città turca. Mi chiedevo se eri stato anche in Turchia”. Mfias distende lo sguardo. Già sta ricordando, non è più qui con me.
E’ in Turchia con una sua vecchia fidanzata mongola, quando avevano prenotato un albergo in periferia di Istanbul, quando il portiere smarrì il voucer. Le persone ogni volta che hanno modo di raccontare il proprio passato sono felici. Il passato è sempre più dolce del presente, nei nostri ricordi.
Ed è stato un ’tacci tua a portarlo laggiù.

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