La ricerca della felicità

di Roberto Albini

Verso le otto e un quarto mi sono detto che non ci ho capito nulla, e ho avuto una specie di illuminazione. Di quelle moderne, a basso consumo di energia. Se cerchi un ristorante, se vuoi trovare una strada, persino per decidere se buttare o meno in mare un essere umano: c’è la rete. Se esiste, è solo lì che posso trovarla, la felicità. Così mi sono messo su Google e l’ho cercata.
A parte le solite definizioni di Wikipedia, e simili, al primo posto ho incontrato Albano e Romina Power. In verità quello è un tipo di felicità un po’ datata, fatta di parole e insoddisfazioni. Insomma, la solita felicità contraffatta di tutti i giorni. Poi subito dopo ho scoperto che la felicità ha una pagina Facebook, ed è seguita da più di un milione di persone. Poche, ho pensato. Se siamo sette miliardi cosa vuol dire? Che il novantanove per cento della popolazione mondiale se ne sbatte e si accontenta di drogarsi? Non può essere, però ha un senso. Forse se tutti ci adoprassimo per ottenerla veramente, l’avremo già in tasca, o in busta paga; il diritto alla felicità starebbe nel primo articolo di tutte le costituzioni del mondo: “L’Italia è una repubblica fondata sulla felicità”. Sarebbe un’innovazione storica, rivoluzionaria, altro che assegno di cittadinanza. Te la consegnerebbero in circoscrizione, dopo presentazione dei documenti adeguati e una marca da bollo. E invece sembra che solo a una piccola percentuale di persone a livello planetario interessi la questione, e che tutti gli altri si lascino semplicemente trascinare dai propri umori, o che aspettino di crepare per sperare ci sia un posto dove recandosi in municipio distribuiscano gioia. Io sospetto anche dei poeti e degli scrittori in generale, che fanno del malessere la loro principale fonte d’ispirazione. Sarà perché la felicità è un sentimento troppo soggettivo, difficilmente condivisibile, mentre il dolore, che conosciamo tutti, è spendibile come un’icona pop, come Topolino, o la Ferrari. Qualcosa è andato storto nella storia del genere umano, e a un certo punto abbiamo tutti iniziato a pensare che sia la sofferenza ad unirci, e non il suo più ragionevole contrario.
Ma proprio mentre ero intento in queste elucubrazioni, mi sono imbattuto in un sito dal nome invitante e inequivocabile. Non ci crederete, ma la felicità si trova proprio qui, in Italia, contro ogni logica aspettativa. Voi pensate di vivere in un paese arrivato ormai alla sua fase terminale da almeno un secolo, uno di quei casi in cui non si esagera a invocare l’accanimento terapeutico. Credete che questo puzzo che si sente quando si cammina per le strade o si accende il televisore, sia il risultato della sua decomposizione, fisica e morale, ma vi sbagliate. La felicità non è come la pioggia che cade dal cielo, non è come il muco che il corpo secerne con costanza per esigenze fisiologiche, non è una pianta che cresce spontanea ai bordi dei marciapiedi nonostante l’asfalto faccia di tutto per ricacciarla indietro. La felicità si può apprendere, perché esiste “L’accademia della felicità”.
Come mai non ci ha pensato Seneca a organizzare un corso, visto che faceva il saputello, invece di produrre quei noiosissimi e complicatissimi libri? Ma chi li legge più i libri se stiamo tutti qui a scrivere tutti i giorni? Mi sento già più sollevato, avverto rinascere in me un sentimento ormai dimenticato, anzi no volontariamente emarginato da tutti gli altri. Colpa dei cattivi maestri, come Monicelli che derideva la speranza e che proprio per questo forse si è buttato da un balcone. E io lì a invidiarlo per il suo stoicismo, per la sua coerenza. Che idiota. Mario, ma perché non ti sei segnato a quel corso invece di fare il solito italiota disfattista e qualunquista?
Approfondisco.
Lo slogan sotto il titolo recita: “Come realizzare il tuo progetto partendo dal tuo sogno”. Diamine. Quindi servono dei requisiti. Lo sapevo. Devo procurarmi un progetto, e soprattutto un sogno. Ci rifletto, ma non mi viene nulla in mente. Continuo nella lettura, magari trovo un’ispirazione, una traccia. Nell’ordine leggo: ciclo di coaching, open day, ignition project. Non servirà mica il solito inglese per essere felice? Ma in alto nel menù c’è un paragrafo intitolato cuore. Ecco, ce l’ho! Ce l’ho! Ma subito dopo: Coaching del cuore – Donne che amano troppo. Amare troppo è un problema? C’è qualcosa che non mi torna. Magari volevano dire Donne che amano in maniera sbagliata o la persona sbagliata. Da quando la qualità dell’amore è legata alla quantità profusa? E poi io sono uomo. Un uomo può amare quanto gli pare che tanto non interessa a nessuno? Sono disorientato.
Da quanto sono entrato in questo sito ho più dubbi di prima, più domande irrisolte di quando avevo iniziato la ricerca, e soprattutto non c’è nemmeno un accenno di dove si trova o come si ottiene la felicità. Si parla di sogni, di progetti, di motivazione ma, a parte nel titolo, la parola “felicità” non compare nemmeno una volta. Come nella vita.
Decido di arrendermi.
La ricerca della felicità mi stressa più della sua assenza.

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