E invece è solo il futuro

di Roberto Albini

In classe siamo solo tre alunni: io, un ragazzo dell’est e un africano. I due non parlano l’italiano e il professore, un uomo con i capelli unti che sta a un passo dal potere essere definito anziano, si esprime solo in inglese. Il corso è un full immersion. Quando entra saluta velocemente, poi accende un registratore e senza nemmeno accertarsi se stiamo ascoltando o no, si immerge nel proprio telefono cellulare. Il ragazzo dell’est fissa la parete con gli occhi sgranati e la bocca semi aperta, come in preda a una visione mistica. L’africano scrive su un quaderno di Sponge Bob e non alza nemmeno la testa. Io osservo il professore e poi gli altri due. Non capisco neanche una parola del dialogo che proviene dal registratore.
L’aula è completamente spoglia, le pareti sono grigie ma penso che in passato dovevano essere azzurrine, come quelle di certi ospedali antichi. Deve essere stata la solitudine a sbiadire i muri. L’unica distrazione è quella di seguire le direzioni delle crepe che si dipanano un poco da tutte le parti incrociandosi, e provare con la fantasia a dare delle forme a quegli intrecci di percorsi, come si fa con le nuvole. Uno degli svantaggi di essere un umano è quello che la fantasia funziona anche in assenza di cielo. La fantasia ci precede, crede di poterci salvare dalla realtà, e a noi piace dargli fiducia.
Con la coda dell’occhio sbircio il quaderno dell’africano che è intento a disegnare un paesaggio sconosciuto. C’è qualcosa che ricorda un occhio, o una mongolfiera che volteggia sopra un bosco, o un cespuglio. Una riga tremolante delimita l’inquadratura, e dietro il nulla. Solo i quadretti prestampati sulla carta. Lui guarda fisso il foglio, sembra pensare ad altro, poi punta la penna dietro l’orizzonte. Disegna un punto, pare come volesse continuare, ma l’ispirazione si perde da qualche parte, tra un table e un downstairs, così ritorna sull’occhio volante, ad annerirne i tratti.
Sbadiglio.
Il registratore continua la sua litania incomprensibile ma la cosa strana è che non ho nessuna voglia di scoprire cosa mi sta dicendo. Dopo un po’ che l’ascolti questa lingua assomiglia al sibilo di un serpente balbuziente, senza nessuna sonorità, nessuna grazia, nessuna musicalità. Sembra un idioma nato per indicare, non per descrivere, concepito con l’unica funzione di essere pratico come un rotolo di carta igienica. Insomma, l’inglese non mi piace per niente. Ma è utile, dicono. E’ utile quando vai a cercare lavoro e ti domandano se parli inglese, e se pure gli rispondi di sì è uguale. C’è sempre qualcos’altro che non va, quasi sempre l’età, molto spesso il secolo che sto vivendo.
A un certo punto le voci del registratore smettono di blaterare, una musichina atonale avverte che la lezione è terminata, o almeno così capiamo. Il professore continua a fissare il suo cellulare, ma è quasi l’una e abbiamo tutti fame. Ci guardiamo tra di noi alunni indecisi su cosa fare, poi il ragazzo dell’est coraggiosamente si alza e, visto che il maestro non dice nulla, lo imitiamo. Insieme, senza dirci una parola, usciamo prima dall’aula e poi dal palazzo che si trova in una di quelle periferie di Roma dove non c’è nulla. Solo prati incolti e la fermata di un autobus che passa ogni due ore. Legati unicamente dall’esigenza di riempire gli stomaci, ci dirigiamo istintivamente verso quello che sembra un agglomerato di case. Un cane abbaia. Quindi c’è vita anche qui.
In italiano provo a domandare i nomi ai due compagni ma tutto ciò che ricevo sono sorrisi di circostanza. Allora indico con il dito una direzione e loro annuiscono. Credono che per il solo fatto di essere nato in Italia sappia dove mi trovo, e soprattutto dove andare. Si fidano di me, e la cosa mi mette ansia. Proseguiamo attraverso un campo abbandonato, il canto delle cicale riempie i nostri silenzi. Arriviamo in una strada deserta, superiamo una piazza disabitata, poi scorgo una signora che trascina un carrello della spesa. Sembra una sopravvisuta a qualche olocausto misterioso occorso mentre stavamo nell’aula. Mi affido all’istinto e all’esperienza e conduco la compagnia nella direzione opposta a quella della donna.
Dopo qualche centinaio di metri incontriamo una pizzicheria. E’ un negozio con due vetrine, completamente vuote, ma si sente l’odore del pane. Superiamo l’entrata protetta da una cascata di fili di plastica colorata e ci ritroviamo sotto lo sguardo di un uomo in piedi dietro il bancone. Il tizio ci saluta, ma gli rispondo solo io. Senza dire nulla indico della pizza bianca che giace chissà da quanto dietro il vetro unto di un espositore, e gli altri mi imitano. Il pizzicagnolo prende tra le sue mani pingui la pizza e la divide in tre, avvolge le razioni in una carta marroncina e le mette in cima al bancone senza porgerle. Capisco che dobbiamo sembrare tre cose strane, e che non è abituato ad avere a che fare con degli sconosciuti, così mi affretto a ravanarmi nelle tasche in cerca di monete. L’uomo con le dita indica tre, io interpreto tre euro. Gli altri mi guardano studiando tutte le mie mosse, controllano quanti soldi estraggo dai pantaloni e fanno altrettanto. Solo quando si convince che abbiamo il denaro sufficiente, il pizzicagnolo si decide a mettere il cibo in una busta di plastica consegnandocela con la prudenza che si usa nel dar da mangiare alle bestie pericolose.
Usciamo senza salutare. Le cicale hanno smesso di frinire, e nessun cane abbaia. In questo sputo di universo ci siamo solo noi tre, e nemmeno possiamo comunicare tra noi.
Mi siedo sul ciglio di un marciapiedi poco distante dalla pizzicheria. Il ragazzo dell’est e l’africano, sempre attenti a interpretare i miei gesti, mi si mettono affianco. Estraggo la pizza dalla busta e la distribuisco. Sorrido, loro ricambiano.
Restiamo tutti e tre così, con il sedere sull’asfalto caldo, la pizza tra le mani, a guardare il campo di fronte a noi senza dire una parola.
In lontananza scorgo un canneto che riga il cielo grigio come le pareti dell’aula.
In alto una macchia scura, sfuocata, fluttua sopra la vegetazione.
Sembra un occhio, o una mongolfiera.

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