Tra me e la cozza

di Roberto Albini

Come quando ritorni a casa, la sera, un po’ stanco, e aspetti ti venga la voglia di sentire qualcuno. Basta qualche secondo e una grattata di mento per rendersi conto che in realtà non vuoi parlare né incontrare nessuna persona che conosci. Per questo la gente si compra i cani. O i gatti. E quando gli domandi il motivo per il quale si è messo in casa un essere che non sa neanche usare lo stuoino, la risposta è sempre la stessa: “Perché le bestie sono meglio degli umani”. Ammetto che a me questa spiegazione non è mai bastata.
Come quando ti alzi presto la mattina per andare a lavorare, fuori ti aspetta solo cemento umido e odio umano. Ti ravani dentro il cervello e non trovi nemmeno un motivo logico per abbandonare il tuo letto tiepido. Poi cedi, esci in strada sperando di trovare la città rasa al suolo che sarebbe una scusa validissima a livello oggettivo per tornare a dormire, e invece incontri loro. Questi figuri curvi, che subiscono la pioggia fina di ottobre e la neve gelida d’inverno, che si svegliano due ore prima di te, nonostante tutte le leggi della natura lo vietino, e solo per permettere a un mammifero di orinare. Portano al guinzaglio un cane, la maggior parte delle volte più annoiato del padrone, e lo strattonano di tanto in tanto un poco per vendetta un poco per evitare si feriscano con i vetri di bottiglie spaccate lasciate ai margini del marciapiede. Li osservo spesso. Mi piace farlo mentre scaldo l’automobile gustandomi il dolce tepore dell’abitacolo. Spesso mi accendo pure una sigaretta.
Anche se non li capisco, mi piacerebbe riuscirci. Gli amanti dei cani o dei gatti non sono come quelle mode incomprensibili che non ti ispirano nessun tipo di curiosità a causa della loro manifesta insensatezza. Voglio dire, non m’importa nulla di capire perché un padre di famiglia si maschera da cartone animato e va a esibirsi in una fiera di fumetti, e nemmeno perché una persona dovrebbe farsi impiantare pezzi di ferro sotto pelle per assomigliare a un demone. Invece gli amanti dei cani hanno qualcosa di diverso, perché la loro è una mania che attiene alla sfera dei sentimenti. Sono goloso di sentimenti, se ne vedo uno che non ho mai assaggiato, mi viene la voglia di provarlo. Ma sono anche pigro, e soprattutto non credo sia sano far convivere un appartamento di settanta metri quadri e un essere vivente che, in quanto tale, secerne liquidi organici e perde peli a causa di questa fissa che hanno alcuni esseri viventi di seguire ancora i dettami della natura.
Dunque, ho cercato di analizzare la cosa in maniera più laica possibile. Mi sono chiesto dove si trovasse il nocciolo della questione nel possedere un animale in casa, e mi sono risposto che il gusto di questa pratica risiede nel ricevere più affetto di quello che in verità si dà. Il possessore di animali compie sui propri beniamini delle azioni che, data la differenza evoluzionistica tra le due specie, non gli comportano nessuno sforzo eccessivo, e in cambio riceve affetto e devozione per sempre. Il possessore di animali, getta una crocchetta in una ciotola, con la mani dà una bella spazzolata al muso della bestiola, e lei lo ricompensa con stima, amore, lealtà. Provate a farlo con vostra moglie.
La seconda questione è che l’animale oggetto del nostro affetto deve avere dei requisiti tali per i quali si possa riconoscere nei suoi segnali, con una buona percentuale d’esattezza, la volontà di esprimere riconoscenza per il nostro affannarci a portarlo a defecare. Che poi quella sia un’esigenza nostra e non del cane, è totalmente ininfluente. Gli animali notoriamente non parlano, quindi si esprimono a gesti che noi sappiamo (o così crediamo) interpretare. E’ un codice quindi: io stabilisco che se muovi la coda mi stai dicendo “grazie”, tu capisci che per me ha quel significato e scodinzoli. Da qui il grande successo domestico degli animali con la coda. Credo. Se la teoria è esatta, non sono costretto a mettermi un mammifero peloso in casa, né dovrò svegliarmi alle cinque la mattina per farlo orinare.
Ed è così che mi sono comprato una cozza.
Come quando ritorni a casa, la sera, un po’ stanco, e aspetti ti venga la voglia di sentire qualcuno. Basta qualche secondo e una grattata di mento per rendersi conto che in realtà non vuoi parlare né incontrare nessuna persona che conosci. Allora ti volti verso la piccola sfera di vetro che contiene la tua piccola cozza. Ti avvicini e batti con un dito sulla parete dell’acquario, lei ti riconosce e fa le bollicine. “Sarai affamata povera mia”, le dici mentre ti affanni a stappare il barattolo di placton, nervoso come dovessi salvare la vita a qualcuno. Cadono sopra la cozza fiocchi di cibo per pesci, lei apre un poco il guscio e tu sorridi. Sai che quando fa così è contenta. Le fai ciao con la mano e ti allontani piano, sussurrando: “Mangia pure tranquilla”.
Ti lasci cadere sopra una poltrona lisa, osservi il muro. Osservi la cozza. Poi a questo punto si piange sempre un po’.

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