Gli zombi si svegliano male

di Roberto Albini

La prima cosa strana è che ci si risveglia sempre al buio. Non è mai giorno quando si aprono gli occhi per la prima volta in una giornata, ma neanche notte. Non è un’oscurità fisica, piuttosto è come se lo sguardo, riemergendo da un pozzo profondissimo, volesse evitare la luce diretta per disabitudine e si rendesse cieco per un po’. Diciamo.
E allora lo zombi si sveglia senza svegliarsi. Appena lo sguardo riesce a intravedere qualche barlume di luce, arriva come un assassino da dietro le spalle la consapevolezza di essere morti. Specifico: non è esattamente una sensazione come la fame o il prurito. Non si avverte in nessun punto del corpo, né al suo interno. Da zombi si sta come da vivi, solo che non si capisce se si è morti o no. Ed è questo dubbio quello che in realtà procura più fastidio. Prima di tutto, la memoria è scomparsa. Non si ha alcun ricordo di cosa si era prima di morire, né del perché si è morti. Esattamente come quando uno è vivo non si accorge di esserlo in concreto, ugualmente da cadaveri si sa di essere defunti, in maniera naturale. Diciamo. Ma non si conosce il motivo della morte. E questo ci angoscia.
Saremo stati mica un bandito morto durante una rapina? Uno scalatore precipitato dalla vetta? Un pilota di Formula 1 che ha sbandato? Uno sfigato che è morto attraversando una strada? O un suicida? Non lo sappiamo.
Così lo zombi si alza dal letto svogliato. I colori non sono più come una volta, o almeno si ha questo sospetto. E’ tutto un po’ sbagliato: il verde non è proprio verde, il blu ha qualcosa di strano, e così tutte le altre tonalità. Le strade, i luoghi che si conoscevano da sempre, diventano altro. Le ombre dei paesaggi hanno cambiato direzione, e niente appare più come prima. Si esce in strada, ma la brava gente non ha per nulla voglia di frequentarci. La solitudine diventa una consuetudine, come l’essere morti. Diciamo. Tra noi zombi non ci si chiede “come stai”, quindi le conversazioni si fermano a un livello molto basso. Ognuno di noi è occupato a pensare la causa della propria morte, in maniera costante. E’ come vivere con un ronzio perenne dentro la testa che attutisce ogni altro rumore e smorza la voglia di comunicare.
Noi zombi siamo gente di poche parole perché siamo troppo impegnati a dialogare con il nostro passato. A interrogarlo. A cercare di comprendere per quale motivo si è arrivati a cessare di vivere. Tra zombi non esistono legami di nessun tipo. Ci si guarda per strada, al massimo si alza il mento o un braccio.
Poi ci mettiamo a pensare a che schifo di vita è quella che facciamo, e invece chissà com’era bella quell’altra. Quella che non ricordiamo. E ci si prepara ad un altro risveglio.

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