Cinque sensi

di Roberto Albini

Anna, ma come faccio a dimenticarmi il tuo sguardo? Anna, come posso scordarmi i tuoi occhi, se li tengo ancora lì, sul comodino, a galleggiare dentro un bicchiere d’acqua. E tutte le notti loro sono l’ultima cosa dalla quale mi congedo, e tutte le mattine sono loro che incontro prima di tutto il resto. Forse non dovrei dirtelo Anna, ma dovresti vederli. Sembrano stare osservando qualcosa che appare solo a loro, e sono eccitati. Come li invidio. Anna, magari fossi riuscito a conservare il nostro amore così bene come ho fatto con i tuoi occhi.
Sandra, penso spesso a quanti brividi mi hanno fatto venire le tue mani quando le facevi scivolare sul mio corpo. Quando mi capita di sentire la loro mancanza le tiro fuori dal congelatore, poi le metto un poco nel forno a microonde, alla temperatura corrispondente al disegnino di una zuppa. Quando le unghie raggiugono un colorito violetto, vuol dire che sono calde abbastanza. Di solito uso la destra: mi accarezzo piano il collo imitando la destrezza che avevi tu in quest’arte. Ma non riesco mai a raggiungerti. Tu mi amavi Sandra, questa mano non credo, o perlomeno non me lo dimostra abbastanza.
Di te Daniela, ho adorato infinitamente il modo come mi baciavi. Un pennello leggero e teso si adagiava danzando sulla mia lingua, e la tua sembrava fatta di soffice meringa. Chissà quante volte l’avevi usata la tua lingua Daniela, per essere riuscita a dinventare così brava. Adesso ce l’ho io, dentro un cassetto, imbalsamata. E non ti preoccupare, perché la custodisco come fosse un tesoro: la spolvero tutti i giorni, e ogni tanto ci passo sopra una specie di lacca, che mi ha consigliato il ferramenta. A volte la tiro fuori dal cassetto e la lascio al sole, perché sembra viva, e tutti gli esseri viventi hanno bisogno di affetto.
E poi ci sei tu Marta. Più di tutte mi hai saputo ascoltare. Ma te le ricordi quelle serate a casa mia, i Doors, la falanghina e tutte le mie chiacchiere su come sarebbe dovuto essere il mondo? Rimanevi lì, in silenzio, con la faccetta concentrata che io non ci potevo credere che sul serio mi ascoltavi. Nemmeno mia madre Marta, mi è mai stata a sentire come facevi tu. Perfino adesso, dopo tutto questo tempo, quelle rare volte che avverto la voglia di dire a qualcuno quello che penso, mi rivolgo a loro, alle tue orecchie. Le ho cucite sulla testa di una bambola che ti assomiglia un sacco.
Stappo il vino, ne annuso l’aroma, poi accendo la musica e gli racconto che il mondo è pieno di pazzi.

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