Non ha nome

di Roberto Albini

E così, insomma, mi dici che potremo farne a meno, che basterebbe non nominarlo più, e quello sparirebbe. Meglio dargli un altro nome. Magari basta solamente chiamarlo diversamente, alla fine sfumerebbe da solo verso l’oblio. Indolore. Inodore. Potremmo iniziare a farci venire dei dubbi, ricordarcelo in un altro modo, ruotarlo nello spazio e nel tempo, spostandolo da un’altra parte, nascondendolo dietro un vizio, un’abitudine. Potremmo persino fare finta che nulla sia cambiato che è sempre stato così.
Allora facciamo come dici tu. Io l’afferro da dietro e tu lo colpisci forte. Una, due, tre volte, fino a quando smette di muoversi. Appena avverto la sua tensione afflosciarsi tra le mie braccia, lo getto a terra tu lo soccorri. Gli passo un bicchiere l’acqua, se ritieni, e insieme gli chiediamo scusa.
Poi non ne parliamo.
Non ne parliamo mai più.
Non resta che aspettare.
Le cose precipitano verso il basso per natura. Fingiamo di non conoscerlo, fingiamo di non conoscerci. Nemmeno ti guardo e quando ti vorrò chiamare quello che pronuncerò non sarà il tuo nome.
E nemmeno il suo.
Infatti nessuno risponde.

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