Una crepa

di Roberto Albini

La crepa apparve intorno alle sedici e trenta di un pomeriggio afoso di ottobre. Mi è possibile essere così preciso perché in quel momento eravamo tutti seduti al bar, nella piazza principale, e prima che la torre del campanile del duomo decise di incrinarsi, udimmo distintamente un suono secco, come quello che fa un barattolo sotto vuoto quando viene stappato. Un “blop”, e la crepa prese subito a dipanarsi seguendo il disegno irregolare di una radice attaccata a un tubero. Era tanto che non succedeva nulla di nuovo in paese, e restammo a lungo a fissare quello sfregio che, fregandosene delle convenzioni, tagliava perpendicolarmente la facciata della torre investendo senza riguardo il famoso mosaico di Piero Pisticci detto “Il Tronfio”, le sculture gotiche da sempre impegnate a farci boccacce, e perfino il rosone, antico orgoglio patrio nonché simbolo della cittadina stessa.
Qualcuno, non si sa bene chi, avvertì il sindaco che si precipitò immediatamente a costatare la gravità dell’accaduto, accompagnato dal suo assistente e circondato da un manipolo di curiosi nel frattempo assiepatosi intorno al duomo. Noi, al contrario, non ci alzammo nemmeno. Seduti comodamente abbracciati alle nostre birre, potevamo gustarci lo spettacolo senza rischiare di entrare in contatto con sudori alieni. Il sindaco stette pochi minuti con il naso all’insù, probabilmente valutando i danni che tutto ciò avrebbe creato alla sua immagine e, resosi immediatamente conto che il suo diploma in ragioneria non gli sarebbe bastato a scegliere le misure adeguate da prendere, si ritirò subito nel municipio per decidere il da farsi.
Le persone intanto iniziavano ad arrivare copiose intorno al luogo del disastro, tanto che dopo meno di un’ora la piazza era gremita non solo degli abitanti del paese, ma pure di quelli delle cittadine vicine. La voce si sparge velocemente quando succede qualcosa di brutto. Alcuni già avevano chiaro le misure da prendere. Il pasticcere diceva che a lui succede uguale con le sue torte, quando nel forno cambia repentinamente la temperatura per qualche guasto. Il barbiere appoggiava questa tesi, faceva notare che anche i capelli si crepano fino a spezzarsi tutte le volte che subiscono un trauma legato al troppo calore o al troppo freddo. L’idraulico aggiunse che pure i tubi si danneggiano per lo stesso motivo, così che dopo un po’, tutti erano convinti che la crepa si fosse prodotta a causa dei cambiamenti climatici in atto nel mondo. La figlia del farmacista, che andava in giro con dei dred giamaicani, inveì contro l’essere umano e la sua scarsa attenzione ai danni che produce con il suo inquinamento, paventando l’ipotesi che quello che era successo era solo l’inizio, e che prima o poi l’intero pianeta avrebbe subito la sorte della torre. Fu il prete quello più inquietato dalla crepa. Affermò che era un chiaro segnale di Dio, che era da considerarsi un presagio funesto, e per questo organizzò una processione per la notte stessa alla quale dovevano partecipare tutti, per non far sì che il duomo crollasse rovinosamente.
Poi venne l’ora di cena, e tutti tornarono a casa biascicando ipotesi sull’origine della crepa, e anche noi, a quel punto, ci alzammo per andarcene.
Quando il mattino seguente lo spazzino alzò il capo verso la torre, si accorse che nottetempo la crepa aveva partorito tanti altri piccoli tagli sul muro della facciata, così tanti che sembrava qualcuno si fosse divertito a dipingere un albero secco a testa in giù. Verso mezzogiorno, dalla capitale, venne una squadra di esperti, che montarono di fronte alla chiesa una quantità esagerata di marchingegni, apparentemente atti a misurare qualcosa che nessuno comprese mai. Parlottavano tra loro a bassa voce, come stessero progettando un piano criminale, indicando di tanto in tanto punti che apparentemente non avevano nulla a che fare con il duomo, fino a quando, nello stesso modo furtivo con il quale era giunti, se ne andarono senza dare nessun tipo di parere. Il Sindaco arrivò dopo un po’, cercando di tranquillizzare la folla che di nuovo si era assiepata. Pareva che non fosse più l’origine della crepa quello a tenerli impegnati in estenuanti quanto vacue discussioni, bensì il da farsi per evitare che le cose peggiorassero. La nonna di un mio amico raccontò di aver visto un documentario di Piero Angela, che spiegava chiaramente come certi restauratori usassero una polpa di conchiglia (come la descrisse lei) per tappare i buchi, e che era sicuramente quella che avrebbe salvato il monumento. Poi subito dopo la sarta suggerì che sarebbe bastato cucire la ferita con del filo spesso, di ferro, come si usava nei casi di terremoto, anche se suo figlio, che frequentava l’istituto agrario, propose di incastrare un muro di cemento nella crepa per fermarne l’espandersi, proprio come a scuola gli avevano insegnato a fare in caso di innesti di piante.
E poi rivenne la sera, e quindi dopo la mattina. E la crepa continuava ad espandersi tanto da rendere quasi irriconoscibile il mosaico de “Il Tronfio”, che iniziava a perdere tasselli facendoli piovere sulle teste dei curiosi. Tornarono gli esperti, che rimontarono i loro strumenti misteriosi atti a produrre un ancor più misterioso responso. Arrivarono e poi sparirono come sempre senza pronunciarsi. Vedemmo il Sindaco parlottare con i tecnici, cercare di capire anche lui soprattutto per spiegare ai cittadini. Ma non dovette capire molto, perché si congedò facendo cadere le braccia e sbuffando. La gente domandava e lui rispondeva solo che serviva tempo.
E il tempo scorreva insieme all’ingrandirsi della crepa. Passarono giorni, non ricordo quanti. La crepa aveva invaso totalmente la torre rendendola irriconoscibile. Era arrivata a somigliare al viso rugoso di un vecchio pescatore o a un deserto arso dal sole. Le persone continuavano a produrre ipotesi risolutive mano a mano sempre più astruse, il prete organizzava processioni quotidianamente e il sindaco aveva preso l’abitudine a non rispondere alle domande, blaterando qualcosa a proposito di una tecnica innovativa americana che da lì a breve gli esperti della capitale avrebbero usato per fermare lo scempio.
E invece nessun tecnico tornò più. Quella torre massacrata con il passare dei giorni smise di suscitare l’interesse dei cittadini. Qualcuno, ogni tanto, mentre passeggiava in piazza, più per noia che per altro, si lanciava in teorie a suo dire risolutive, ma in generale avevamo perso l’iniziale entusiasmo che c’eravamo illusi bastasse a far sparire quella crepa.
Quando non lo ricordo più, ma una mattina la torre era scomparsa.
Al suo posto un cumulo di macerie che furono la dannazione dello spazzino per mesi.
Adesso la gente passa, osserva quel vuoto nel paesaggio cercando nella memoria cosa era che lo riempiva.
Dopo si volta, e ordina una birra.

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