Lettera del Flaminio Maggiore Alessandro Catullio Scevio al Console di Roma Marco Calpurnio Bibulo (DCCLXV anno dalla Fondazione di Roma)

di Roberto Albini

Illustrissimo Marco Calpurnio Bibulo, Magnifico Console di Roma,

mi permetto di disturbarla con questa lettera, perché sono seriamente preoccupato per la sorte della nostra amata Patria. Lei, che è così attento agli umori dell’Urbe, avrà certamente sentito parlare di questa gente, principalmente schiavi, imbonitori populisti che si sono resi famosi con il soprannome di “cristiani”. Ecco, è di costoro che mi vengo a lamentare, e soprattutto a mettervi in guardia. Chi le scrive, oh mio amato Console, è uno dei tre Flamini Maggiori, Alessandro Catullio Scevio. Da decenni sono tra coloro che onorano per conto della Grande Roma la nostra amata Cecere, Dea da tutta la Capitale adorata fin da tempi immemori, ancor prima che iniziassimo a pregare il Grande Padre Giove. Tutti i Cittadini Romani, degni di questo nome, partecipano ai sacri arvalia, a maggio. Persino lei, oh grandissimo Marco Calpurnio, ha onorato l’ultimo rito di purificazione con la sua presenza: fu lei per primo ad aver acceso gli arbusti, ricorda? Ebbene, oh mio Signore, da qualche tempo, serpeggia tra i fedeli un morbo insano, una svogliatezza che nei casi più gravi arriva alla diserzione. All’ultimo rito del venerdì, per esempio, non sono venuti più di quattro Cittadini. Allora io, preso dalla smania di verità, ho chiesto a uno dei presenti se sapesse il motivo di tutte queste assenze, e lui in un primo momento ha scosso la testa, d’istinto, quasi impaurito. Le confesso che ho dovuto insistere un po’ per farlo parlare, e non le nascondo di essere arrivato a minacciare una maledizione inflitta dalla stessa Cecere, Dea amata nostra. Per questo alla fine mi ha rivelato che adesso il popolo di Roma è attratto da un’altra nuova divinità, qualcosa che assomiglia a Mitra, di cui lei sicuramente avrà già sentito parlare. Un culto che proviene dai confini più a sud dell’Impero. Assolvo al compito del sacerdozio da molto tempo, mio Console, sono abituato all’arrivo di religioni nuove, perché a Roma transitano tutte le genti che compongono l’umanità, e l’influsso, la moda, sono un prodotto inevitabile. Ma questa volta è diverso, oh Marco Calpurnio. Quello al quale vorrei trovare una spiegazione è il perché il popolo ha smesso di avere fede in una divinità così misericordiosa e potente come Cecere, figlia di Crazio, il dio dell’arcobaleno, e Cecenia, protettrice del futuro; il frutto di un amore vero, naturalmente fisico, di origine umana anche se portato all’eccellenza divina; una dea che si osanna con balli, vino, orge, affinché purifichi il nostro spirito e la nostra mente. Avendo a disposizione questa prospettiva mitica di celebrazione carnale della vita, loro s’inchinano davanti a un cadavere appeso a un palo.
Cos’è successo, mio stimato Console, al Popolo Romano? I “cristiani” corrompono lo spirito dei nostri Concittadini, li convincono che uccidere sia sbagliato, che siamo tutti uguali di fronte alle nostre colpe, se dopo ci pentiamo. Persino il tradimento diviene lecito quando dopo ci si scusa con quell’entità in cui credono. Affermano che di Dio ne esiste uno solo, il loro, ma non sanno descriverne i tratti, perché non si è mai rivelato loro in maniera tangibile. Cecere, al contrario, è vera, è visibile scolpita nell’enorme statua al centro del Tempio, tutti la possono osservare, conoscere il suo aspetto. Dunque perché loro preferiscono adorare qualcosa che non riescono nemmeno a immaginare?
Tuttavia, a scriverle in realtà mi ha spinto un accadimento increscioso accadutomi ieri. Verso il tramonto, uno di quei “cristiani” ha bussato alla nostra porta. Mi ha chiesto se potevamo metterci d’accordo sull’uso del Tempio, affinché anche loro avessero la possibilità di esercitare il loro culto. Puzzava come il cadavere al quale è fedele, Signore, ed era vestito di stracci polverosi. Un insulto vivente a Cecere. Però mi sono affacciato un poco dal portale, e ho visto dietro di lui un centinaio di altri straccioni. Ho temuto per la mia incolumità. La vita di un Flaminio Maggiore dell’Impero, oh Console, è stata messa in pericolo da un manipolo di vagabondi invasati. E se l’incolumità di un Sacerdote di Roma è stata messa in pericolo così impunemente, allora anche quella di Roma presto lo sarà.
Mi permetto dunque di chiederle un intervento risolutivo, una dimostrazione di forza. Dobbiamo spazzare via questo germe che infetta gli animi, tornare vigorosi, vogliosi di dare valore alla vita in Terra, e non di restare in attesa di miglior vita. Solo così salveremo la nostra potenza.
A tal proposito, aiutato dall’influsso della nostra amatissima Cecere, mi è venuta in mente un’idea per risolvere questa insidiosa minaccia e allo stesso tempo accaparrarsi il benvolere del popolo. Riapriamo l’Anfiteatro Flavio, organizziamo dei giochi con gli animali selvaggi e i “cristiani”, oppure bruciamoli in onore di nostro Padre Giove. Il popolo parteciperà gioioso: lui come vede adora i cadaveri, e noi li sommergeremo di morti. Se un solo giustiziato li affascina, immagini quanto le vorranno bene quando i giustiziati saranno migliaia, oh Console benamato. E’ anche una questione d’immagine pubblica. I circhi, lo sanno tutti, da sempre sono lo sfarzo della classe dirigente, della quale lei è il più alto rappresentante. Se riterrà questa soluzione adeguata, saprò darle dettagli più precisi in merito.
La benedizione di Cecere l’accompagni sempre, oh mio Console.
Faccia ben attenzione a ciò che le ho scritto.
Qualcosa ci sta divorando, la Nostra Amata Dea è inquieta. E maggio è vicino.

Suo devoto servitore,
Alla Nostra Amata Cecere votato,
Viva Roma

 

II Flaminio Maggiore di Cecere
Alessandro Catullio Scevio

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