Buon appetito (XVII – La Grande Cena – parte III)

di Roberto Albini

Ugo Pizzi esce dalle quinte con un balzo armonioso, su una sola gamba, tipo fenicottero. Atterra leggiadro perfettamente in mezzo al nano e alla cinese, e s’inchina al pubblico. E’ intubato dentro un abito elegantissimo di Dolce & Gabbana, progettato per vestire gli anoressici o i malati terminali. Irradia gioventù; Ugo è nato il mio stesso anno, ha la mia stessa età, ma dimostra dieci anni di meno. La bella signora al tavolo vicino si alza in piedi ed inizia ad applaudire. Dopo di lei, quasi pilotati a distanza, anche tutto il resto del pubblico la segue in piedi. Restiamo solo io e Giuseppe seduti a guardarci indecisi sul da farsi, poi anche io imito tutti gli altri. Giuseppe no. Resta seduto e mi guarda. Faccio finta di nulla. Mi volto verso il palco e applaudo convinto al Maestro Ugo Pizzi, come tutti gli altri. Non m’importa se Giuseppe non mi comprende, non mi importa se lo odio io a Pizzi. Questo è il futuro cazzo, l’unico futuro che ho, l’unico che abbiamo.
La standing ovation dura per tre interminabili minuti, durante i quali Pizzi non ha fatto altro che sorridere, aggiustarsi i capelli e accennare a degli inchini. Alla fine con un gesto della mano intima alla gente di fermarsi. Aspetta che tutti siano tornati ubbidienti ai propri posti, dà due colpetti sul microfono con le dita, per accertarsi funzioni, e inizia a parlare.
“Gentili ospiti tutti. Per prima cosa, vogliate gradire la mia più profonda gioia per aver accettato questo invito. Ve ne sono sinceramente riconoscente”. Parla lentamente, ma sicuro. Ha uno strano accento, direi del nord, anche se è nato qui. “Quello che sto per presentarvi questa notte, in questa bellissima sala, di questa stupenda città, Manate, è semplicemente il futuro. Molti di voi avranno già vissuto l’esperienza del mangiare al ristorante, immagino. Qualcuno tra voi gentili signori, i più fortunati, avranno magari avuto la fortuna di cenare in un cinque stelle, o chissà in quale altro lussuosissimo, blasonatissimo, posto… Bé, mei cari ospiti, scordatevi tutto quello che vi è già successo. Dimenticate gli sciocchi tentativi dei miei colleghi predecessori, nel farvi provare il vero senso del cibarsi. Io ho intenzione di regalare all’umanità l’invenzione della cucina emozionale: da oggi in poi non si mangerà più solo con i normali sensi, ma i piatti dovranno assolvere anche il compito di far provare una vera emozione. Capisco, illustrissimi, che forse a voi queste parole parranno prive di significato, perché per comprendere veramente di cosa sto parlando bisogna provare, già che fino in fondo con le parole, i sentimenti non si possono esprimere. Siate pronti ad accettare questo nuovo inizio, questo nuovo radioso futuro, dove al centro del piacere c’è l’anima, e dove il gesto quotidiano di nutrirsi diviene un atto d’amore!”. A quel punto sono scattato in piedi, Giuseppe sobbalza per lo spavento, e dopo tutti insieme a battere le mani a quelle parole, felici finalmente di ascoltare qualcuno che associa la parola “futuro” a “sentimento”. E’ questa smania che avvertiamo ci sta gonfiando sempre di più, ci ricolma di speranza che fa vibrare lo stomaco, come in una discesa veloce, tanto che non ci basta più applaudire per contenerla. Allora prendiamo ad abbracciarci, l’uno all’altro. Afferro la signora che mi stringe forte, tra l’altro rivelando una mastoplastica non tanto ben riuscita, e dopo cado tra le braccia di un altro sconosciuto, e un altro ancora, e siamo tutti veramente felici di questa condivisione di benessere.
Pizzi è costretto a un altro gesto con le mani, per farci tornare al nostro posto. “Bene signori, non perderò altro tempo a parlare di quello che tra poco vivrete tutti. I cuochi mi hanno avvertito che è già tutto pronto, quindi tra poco inizieranno a portare le pietanze. Lasciatemi solo ringraziare l’autore del marchio del nostro ristorante, perché riteniamo abbia svolto veramente un ottimo lavoro. Dove sei? Ah, ecco lì, dai alzati”. L’occhio di bue m’inquadra, e io non vedo più nulla. Sento Giuseppe che mi strattona e ricominciano gli applausi. Quel bastardo. Adesso tutti sanno chi è l’autore di quell’aborto. Pizzi conclude: “E ora, che il futuro abbia inizio. Buon appetito!”. Con lo stesso balzo da fenicottero sparisce di nuovo dietro il palco sul quale cala il sipario. Da entrambi i lati dell’anfiteatro cominciano ad uscire due fila di camerieri, ognuno dei quali porta un carrello con una grande pentola dorata in cima. Il pentolone, probabilmente a causa del peso, all’incedere dei passi traballa producendo un suono metallico. Questo scampanellio scomposto ha un non so che d’inquietante. Per il resto, nella sala regna un silenzio quasi sacro.  Da lontano notiamo un cameriere servire il primo tavolo, Giuseppe s’infila il tovagliolo dentro il colletto della camicia.
All’improvviso un urlo. Anzi, un grido, un grido di donna, e subito dopo una voce maschile fare la stessa cosa. Non oso alzarmi a guardare meglio, non lo fa nessuno, e se nessuno lo fa deve esserci una ragione. Io non me ne intendo di queste cose, magari è un modo di fare alla moda e io non lo so. Dopo di quelle grida, cala un silenzio ancora più spettrale. Nessun brusio di fondo, come sarebbe normale in un ristorante, solo il tetro tintinnare di stoviglie che riecheggiano nell’enorme sala. L’attesa dura circa quindici minuti, poi finalmente un cameriere col carrello e pentolone si avvicina al tavolo della signora, e io finalmente ho la possibilità di vedere in cosa consiste il famoso menù del Maestro. L’inserviente prende un grande mestolo, quindi deduco sia una specie di minestra, di zuppa. E infatti l’uomo tira su un liquido verdastro insieme a quello che pare un pezzo di carne. So che in oriente queste pietanze a base di zuppa e carne sono abbastanza diffuse, quindi non mi stupisco molto. Mi soffermo però a osservare meglio la carne, non sono un grande intenditore, cioè per nulla, non distinguo un pezzo di maiale da una mucca, ma so riconoscere se è pollo, e siccome vado ghiotto di pollo decido di indagare. In effetti la carne è bianca. Il problema è che non riesco a capire che bestia è, perché ha una forma curva come una costoletta, anche se finisce con… Con una specie di tentacoli, o.
Dita.
A me quelle sembrano dita. Dita di un piede.
Dannazione, quello è un piede.

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