Buon appetito (XVI – La Grande Cena – parte II)

di Roberto Albini

Ammetto la mia ignoranza in fatto di svaghi mondani. Per anni, qui a Manate, ho frequentato solo Giuseppe, nella solita piazza, che adesso è diventata un ristorante. Sono un ignorante in questo campo, lo ammetto, ma proprio per questo rimango piuttosto possibilista di fronte a situazioni che non conosco. Adesso, per esempio, sul palco c’è un elefante. Quattro uomini e un nano tentano di farlo marciare tranquillo al ritmo dei tamburi, ma quello non ne vuol sapere. Dicevo: adesso per esempio il mio istinto sarebbe quello di alzarmi dal tavolo, di urlare, di fuggire, che c’è un elefante, grande e abbastanza incazzato. Il problema è che io di mondanità non ne so nulla. Magari questa è la moda del momento: ristoranti dove fanno imbizzarrire gli elefanti per far divertire gli ospiti. Che ne sai? E poi la gente intorno a me sta ferma, composta, qualcuno applaude pure. Quindi ho ragione. E’ una questione d’ignoranza.
C’è una signora accanto a me. Una bella signora sulla cinquantina, ma ancora in perfetta forma. Apparente. Una bella donna non c’è che dire. Sta seduta ritta con la schiena perfettamente appoggiata allo schienale, le mani giunte tra le gambe avvolte da un vestito rosso, con dei ricami neri, lo spacco appena accennato mostra uno scorcio di calze a rete. L’elefante sul palco, in un ultimo tentativo di liberarsi dei suoi aguzzini, lancia alla cieca la sua proboscide a mo’ di frusta nell’aria. E quella schiocca a una ventina di centimetri dal naso della bella signora, che per tutta risposta si aggiusta la messa in piega accennando perfino uno sbadiglio. Che sciocco, penso. Adesso che ne ho afferrato il senso, lo trovo addirittura comico. Sì, questo elefante, noi tutti eleganti, questa confusione… E’ una specie di rivisitazione della commedia dell’arte. Sì, deve essere così.
Poi la bestia si rizza sulle gambe posteriori, il palco cede sotto il suo peso e l’elefante viene letteralmente risucchiato dal suolo, immerso in un’aria mista a fumogeni, polveri e raggi laser. Il pubblico applaude. Io non capisco più se tutto fa parte veramente dello spettacolo. Maledetta ignoranza, penso. E applaudo anch’io.
Si chiude il sipario per meno di un minuto, e quando riapre sembra non essere accaduto nulla. E’ tutto in ordine, il palco non è bucato e anzi pare proprio l’abbiano lustrato da poco. L’elefante è svanito in poco più di trenta secondi. Dal lato destro entra una figura minuta, il nano di prima, Dodo. Procede senza volgere lo sguardo alle persone fino a portarsi nel centro esatto dello scenario, poi s’inchina. Indossa il solito gessato e nell’abbassarsi si toglie il cappello. E’ anche stempiato. Poi si volta verso sinistra e con un plateale gesto delle mani introduce una donna dai tratti orientali, la quale raggiunge Dodo abbracciandolo come si fossero rincontrati dopo anni. La signorina batte due dita sul microfono per accertarsi sia acceso, saluta tutti e comincia una specie di discorso di benvenuto. Mentre lei parla io non smetto di guardarmi attorno, a causa della mia ignoranza, per sincerarmi che tutto vada bene, che tutto sia normale. E pare proprio lo sia.
Riprendo a concentrarmi sulla presentatrice cinese solo quando sento il nome di Ugo Pizzi: “…ed è in quel tempio che conosciuto il grande maestro Pizzi. In una cucina buia, ultima stanza di un costruzione millenaria, ricoperto di scorse, in mezzo a un miasma di cipolla. Eppure… Eppure già allora in lui brillavano gli occhi di un vero genio, di una persona che è destinata più di altri alla gloria, alla memoria eterna. Che riesce a emanare questo karma in una forma quasi tangibile…”. Chiudo gli occhi e penso a Pizzi che emana energia come Ken il Guerriero. E’ l’unica testimonianza che conosco di una qualche forma di energia che fuoriesce dalle persone in una forma tangibile. Ancora applausi, la sventola si ferma un attimo in attesa torni il silenzio, poi prosegue: “Signore e signori, è con grande onore, anzi direi di più, con la consapevolezza di stare vivendo un tempo nuovo, un tempo di cambiamenti, il futuro che tutti speravamo, che annuncio il maestro… Ugo Pizzi”.

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