Buon appetito (XV – La Grande Cena – parte I)

di Roberto Albini

Ieri sera ha bussato all’ufficio il Baffone, l’aiutante del Sindaco. Ho aperto la porta e lui è rimasto zitto, impalato, senza espressione. Sembrava pensasse ad altro. Ha teso un braccio di scatto, come si fosse attivato qualche meccanismo, e mi ha mostrato una busta. L’ho presa con timore, senza smettere di guardarlo, e appena ho levato quel piccolo peso dalla sua mano, lo stesso marchingegno ha ripreso ha funzionare. Il Baffone ha sottratto il braccio rapido, poi si è voltato su se stesso. Se ne andato senza salutare, senza dire una parola.
Sono rimasto ancora un po’ sul pianerottolo fino a quando l’eco dei suoi passi non ha cessato di rimbombare, e quando ho udito il portone sbattere, sono rientrato dentro l’ufficio.
La busta era di una fine carta bianca, di una tonalità particolarmente brillante, lavorata per risultare al tatto ruvida. Non recava nessun mittente. Dentro c’era un foglio, anch’esso della stessa testura della busta, piegato in tre. Una volta aperto rimasi subito inorridito dal mio logo, messo in una posizione che si capiva perfettamente voleva essere centrata, e che invece in modo un po’ cialtronesco pendeva vistosamente a sinistra. L’orrore sommato all’orrore. Sotto c’era scritto, in caratteri svolazzanti tipo quelli che si usano per i matrimoni: “Gentile Signor”, e il mio nome scritto a mano, “il Maestro Ugo Pizzi, è felice di invitarLa al Gran Galà dell’apertura del nuovo ristorante ‘Buon appetito”. Seguiva la data e l’ora. Poi, in piccolo, più in basso: “Il presente invito è strettamente riservato a tutti gli abitanti di Manate. Vietata la cessione”. Quando ho sentito Giuseppe mi ha detto che anche lui aveva ricevuto quell’invito, e da quello che sapeva, il Baffone si era fatto tutte le case del paese personalmente, per consegnare la busta. Che grande organizzazione, pensai. Il futuro in fondo è anche una questione di organizzazione, d’impegno a far sì che le cose girino come sia giusto. L’aveva detto anche Capece, e per una volta tanto nella sua vita ha mantenuto una promessa. Anche questo è un segno che il futuro sta cambiando.
Mentre penso a questa storia, istintivamente mi porto una mano alla tasca per accertarmi che non mi sia scordato l’invito per non rifarmi mezz’ora di fila. Davanti al ristorante è pieno di macchine lussuose, di pullman che hanno portato i familiari di tutti gli operai dell’est che hanno lavorato alla costruzione. Cinesi come al solito sparpagliati da tutte le parti, e poi intere postazioni televisive, dive riprese dai paparazzi, e perfino un elicottero che esegue le riprese dall’alto per conto di un emittente araba. Noi di Manate facciamo una fila a parte,  ma è pieno di imbucati che si spacciano per manentini, e allora sono costretti a controllare i documenti uno ad uno. Incontro Giuseppe quando davanti a me ci sono ancora quindici persone. Almeno sei di loro non le ho mai viste in vita mia. Giuseppe dice che lui è già entrato ma che è uscito perché ha paura a stare lì da solo e così è venuto a farmi compagnia. Dito non è potuto venire, naturalmente gli animali non possono entrare. Giuseppe si è presentato con i capelli tinti di nero, con la riga da una parte. Si è tolto tutti gli orecchini, si è fatto la barba, e indossa il vestito della comunione di suo nipote, che è un dodicenne obeso. Penso che abbia un aspetto assurdo, però non glielo dico.
Quando arriva il mio turno, il tizio anabolizzato che controlla i documenti la prima cosa che fa e mettere la sua faccia attaccata al mio naso. Non so che fare, resto fermo. Sento il suo alito che sa di dolce e agre allo stesso tempo. Il fiato si mescola con una specie di profumo, forse il dopobarba. Mi viene da vomitare. “Se non sei di Manate dillo subito, perché se scopro che non lo sei, ti spezzo tutte le ossa”. Per dare più enfasi alle sue parole, pronuncia la “a” di “ossa” prolungandone la durata. Produce un’onda di fetore che mi invade le narici, scorre nella gola. Ho un conato. Il gorilla lo scambia per una reazione di paura. “Va bene allora, mostrami l’invito, e i tuoi documenti”. Approfitto di questo ordine, per scansarmi da quella fogna, e indugio nel ravanarmi nelle tasche in cerca di quello che mi ha chiesto. Devo riprendere i sensi. Il buttafuori controlla le mie carte, mi dà un’occhiata, e poi fa cenno col capo che posso passare.
Dentro, appena entrati, c’è una grande sala ovale all’interno di una struttura le cui pareti sono interamente fatte di vetro trasparente. C’è un sacco di gente che parla a gruppi, si salutano, commentano ad alta voce, ridacchiano rumorosamente. Io e Giuseppe camminiamo in fila indiana, silenziosi e inosservati, diretti verso una porta che sembra dare direttamente nella sala ristorante. E infatti, ci ritroviamo all’interno di quello che il cuore del palazzo: una specie di piazza, addirittura il pavimento è fatto di sanpietrini, sovrastata da una cupola che riproduce un cielo stellato in movimento, con tanto di nuvole cangianti e luna che cambia forma a ogni sua fase. La stanza è strutturata come un anfiteatro. In un semicerchio sono disposti i tavoli che poggiano su larghissimi scalini, uno sotto l’altro. Dalla parte opposta c’è un palco. Una maschera ci indica il nostro posto, che tutto sommato è  abbastanza centrale. In cima a palco, gigantesco, a rovinare tutto, brilla illuminato dai faretti il mio logo. Mi vergogno è spero che nessuno sappia chi l’autore di quell’aborto. Il ristorante ci mette circa un’ora a riempirsi. Io e Giuseppe non parliamo. Ci guardiamo intorno, un po’ curiosi, un po’ annoiati. Questo futuro è perfetto, però annoia. Ma poi cambia tutto.
Si spengono le luci, la gente si zittisce. Dal palco escono dei fumi che le luci colorano di verde fluorescente. Suona un tamburo e ogni quattro quarti un gong. I tavoli vibrano. Il futuro quando arriva fa sempre un gran casino.

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