Buon appetito (XIV – Cosa mi piace)

di Roberto Albini

E allora esco. Mi infilo la prima cosa che trovo, mi aggiusto i capelli con una mano ed esco. Mi è presa come una smania, anzi come un’esigenza, quella di respirare e di condividere il mio respiro con quello degli altri. Non so cosa mi stia accadendo, ma non sto male, al contrario mi sento come una bottiglia di vino che per troppo tempo è rimasta a invecchiare dentro una cantina buia. Giuseppe non dice nulla, non mi fa domande, e pure Dito sta buono tra le sue braccia. Fuori le strade di Manate, una volta frequentate solo dalla desolazione e dal vento, brulica di umanità. Cinesi. Cinesi da tutte le parti. Cinesi che fotografano, cinesi che salutano, cinesi seduti al bar mentre inzuppano i tramezzini nel cappuccino, cinesi che dialogano con gli operai polacchi o rumeni.
Il becchino ha chiuso l’attività, e ha trasformato le sue pompe funebri in un alberghetto. Ora sulla porta brilla l’insegna “Drakula Hotel”; ha usato le casse da morto come arredamento e quelle che prima erano stanze per la veglia funebre, sono diventate camere alla moda. I cinesi fanno la fila per entrare. Per le vie c’è un’allegria inimmaginabile fino a una settimana fa. Io stesso cammino adornato da un ghigno, senza un vero perché, contagiato da questa smania quasi tangibile. Più ci avviciniamo al ristorante, più spuntano giornalisti, cameraman, semplici curiosi che brandiscono i cellulari come fossero estensioni della propria capacità di memorizzare la realtà. E’ tutto uno scattare di otturatori virtuali, di braccia protese ad inquadrare espressioni di gioia studiate, da impacchettare dentro una SIM.
Guardo la nuova Manate con lo stato d’animo di un nonno che vede sue nipote diventato avvocato, ricordando il passato senza nostalgie, piuttosto meravigliato di come s’è fatta grande la mia città. Mi giro verso Giuseppe che mi segue come al solito silenzioso, lui stesso stupito, cercando nelle mie reazioni una che possa adattarsi anche a lui. Poi si avvicina una signorina in tailleur, capelli castani raccolti e un microfono che esibisce come un biglietto da visita.
“…Ed ecco un vero abitante di Manate…” dice rivolta a un cameraman, mentre mi spinge con sapienza verso il campo visivo della telecamera. “Ci dica, siamo curiosi: qual è il suo piatto preferito?”. C’è confusione, io stesso sono confuso, e in un primo momento non capisco bene la domanda. O meglio la capisco, ma non ne comprendo il senso. Mi sembra impossibile a qualcuno possa importare cosa mi piace mangiare, così tentenno, poi domando se sul serio vuole sapere cosa mangio. La tizia scuote la testa, fa un segnale al suo collega che abbassa la telecamera scocciato. La giornalista mi mette una mano sulla spalla. Dito scorreggia, ma lei non lo sente. Schiocca la lingua poi inchioda i suoi occhi dentro i miei: “Senti cretino, se non vuoi farti intervistare non me ne frega niente, però per piacere, se ti faccio una domanda tu mi rispondi, sicuro, deciso e allegro. Non sai la risposta? Inventa. Dì la prima cosa che ti viene in mente tanto la gente non ascolta. Sente solo il suono, la musicalità del tono con cui pronunci la frase, l’espressione. Hai presente quando ti rivolgi a un neonato? ‘Biribiribiri’ cose di questo tipo, senza senso, ma se lo dici ridendo il pupo ride. Hai capito?”. Adesso sto in ansia. Ho capito? Bho? Dico di sì. “Bene”, riprende lei, “allora ricominciamo. Sorridi, sorridi e tutto andrà bene”. Il cameraman solleva la sua pesante attrezzatura e se l’appoggia sulla spalla. L’intervistatrice si aggiusta i capelli, poi spalanca le labbra mostrando centosettanta denti bianchi come una perla. “Ed ecco un abitante di Manate, siamo fortunati”, dice rivolta a me, “Ci dica, siamo curiosi: qual è il suo piatto preferito?”. Maledico il mio carattere che mi ha privato del contatto umano per tutto questo tempo, della mia inadeguatezza alle relazioni con gli altri della mia specie. In mente ho il vuoto. “Cosa mi piace?”, mi chiedo. Mi rendo conto di non essermelo mai domandato. Il tempo passa, gli occhi della donna sono come coltelli puntati alla gola, mi sudano le mani, ho un leggero mal di testa, la gola secca, poi all’improvviso messo alle strette cerco di dire qualcosa, ma a causa della settimana di silenzio e digiuno la lingua mi si arrotola in bocca così che alla fine sbiascico un: “Allammana…”. Il volto della giornalista si illumina di gioia: “Ma bene! Le piace l’allammana… Cosa è un piatto tipico?”. Annuisco cercando di farlo con l’espressione più gioiosa che conosco, lei con una mossa di jujizu mi spinge fuori dell’inquadratura e aggiunge: “Chissà come deve essere buona l’allammana, e chissà se farà parte del menù del maestro Pizzi…”. Io continuo ad annuire ormai rivolto a Giuseppe, che scuote la testa in segno di rimprovero. La donna avverte il collega di stoppare. Si pulisce le labbra con due dita mentre mi osserva a metà tra lo stupito e il rassegnato. “Senti scemo, ma esiste questa allammana? Non è che mi hai preso per il culo vero?”. Io scuoto la testa, ma divento rosso e forse lei sospetta qualcosa. “Vabbè, tanto nessuno se la ricorderà questa cosa”, e poi senza nemmeno salutare sparisce tra i branchi di cinesi.
Io, Giuseppe e Dito rimaniamo soli in una maniera nuova. Soli in mezzo a un sacco di gente. Ne avevo sentito parlare di questa cosa, di questo senso di solitudine profonda che prende alle persone che vivono nelle grandi città, ma provarla sulla propria pelle è tutta un’altra storia. Deve essere così che si sente uno gnu mentre pascola con i suoi simili. Penso che forse mi ci abituerò, come mi ero abituato alla desolazione di Manate, e che in fondo è un prezzo esiguo da pagare in cambio del futuro radioso verso il quale siamo proiettati.
Manca un giorno all’apertura del ristorante, il futuro non mi deve cogliere impreparato. Devo cambiare in fretta, o lo farà lui per me.

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