Buon appetito (XIII – Il futuro è arrivato)

di Roberto Albini

Io lo guardo smarrito, scuoto la testa e sto per dire che è impossibile che un uomo possa dormire tanto senza disidratarsi, o… Va bene non ne sono sicuro ma… Giuseppe sembra comprendere il mio stato confusionale e sorride ironico. Mette Dito a terra, si sputa sulle mani e si aggiusta la cresta. Poi con il naso indica la finestra. Mi volto istintivamente, ma la luce del giorno mi accieca e non vedo nulla, così decido di avvicinarmi a controllare.
Mi sento come svuotato, ho una leggera nausea e la fame mi stringe lo stomaco. Provo a ricordare qual è stata l’ultima cosa che ho mangiato senza risultati. Stranamente non mi faccio domande. Non mi chiedo cosa mi attende al di la del davanzale, è come se fossi pronto a tutto e preparato a non stupirmi di nulla. Sono in molti quelli che commettono l’errore di scandalizzarsi per ogni minima cosa. Un politico corrotto; una petroliera affondata che devasta una costa; una legge sbagliata; un’ingiustizia razziale; un attentato; un abuso di potere; la disoccupazione; i suicidi. C’è sempre qualcuno disposto a scandalizzarsi per il sintomo confondendolo con la malattia. Io, al contrario, non mi curo dei dettagli. Vivo in un paese semiabbandonato, in mano a un sindaco dittatore che da trent’anni cerca di risolvere i problemi con l’ignoranza e l’ignavia. Il mio unico amico è un quarantenne fallito che porta a spasso un cucciolo di facocero. La mia vita, la mia stessa esistenza, fatica a trovare un percorso razionale da seguire. E allora… Allora con queste premesse, cosa mi aspetto possa succedere? Naturalmente nulla di buono. Non ce la faccio a stupirmi della cresta di Giuseppe, né del folle piano di un ricco annoiato come Pizzi, che sembra essere diventato la nostra unica fonte di salvezza. E’ tutto sbagliato fin dall’inizio, e gli sbagli generano altri sbagli senza soluzione di continuità. E se poi, con l’immaginazione, inizio a volare sopra Manate, sempre più in alto, facendo allargare gli orizzonti della mia visuale, arrivando fino alla stratosfera e una volta lassù mi metto ad osservare il mondo, allora i paradossi e gli errori assumono dimensioni giganteschi, dipanandosi come i tentacoli di un polipo. Dallo spazio vedo miliardi di persone agitarsi inutilmente, e in mezzo a loro ci sono anch’io. Gli idioti della bici, quelli delle gallerie, gli scemi delle verdure e quelli dello stare in forma, i fessi della tecnologia, i difensori dei polli, i cretini degli dei. Ognuno di loro concentrato a tirar freccette al bersaglio sbagliato, pronti a dare la vita per una pista ciclabile e allo stesso tempo a tenere lontani gli stranieri per paura che gliela portino via. Mi avvicino quindi alla finestra, preparato a qualsiasi cosa, che tanto di qualsiasi cosa si tratti, sarà solo un’altra inevitabile conseguenza.
Invece, quando arrivo alla finestra, resto a bocca aperta.
I lavori sono finiti. Al centro di Manate si staglia lucente una costruzione immensa che sembra voler levare il primato d’altezza al Monte Manate, oscurandone la figura. Tubi di materiale semitrasparente s’incastrano in ampie pareti di metallo che brillano colpite dai raggi del sole. Sembra quasi lo scheletro di un gigante dormiente, le cui ossa si intrecciano tra loro formando delle meravigliose figure astratte. Il tetto della costruzione è un’immensa cupola di vetro sulla quale il più ispirato degli artisti ha dipinto una serie di volti che alla fine formano il ritratto govanile di Pizzi. L’entrata è un portone di marmo che ricorda un tempo e da dove, in cima, svetta l’unica nota stonata di tutta l’opera: il mio logo con il piede.  La nebbia si è dissolta. Non credo di aver mai visto tanto sole a Manate, e anche la gente che brulica per le vie sembra avere uno sguardo allegro, concentrato, disteso. Ci sono dei fotografi intenti a ritrarre il “Buon Appetito”, e anche delle troupe televisive. C’è vita a Manate.
E’ tutto così incredibilmente bello che le mie teorie sull’umanità crollano una ad una come le tessere di un domino colpite da una schicchera. Mi sento un idiota. Ho sbagliato tutti i calcoli, tutte le previsioni. Il mondo, questa società è ancora in grado di creare qualcosa capace di risvegliare i sensi, e spingere a concedere altre possibilità. Sono sempre stato dalla parte sbagliata. Ho voglia di essere investito da una bicicletta, solo per farmi perdonare di tanta ottusità.
Aveva ragione il sindaco. Il futuro è arrivato, e sarà fantastico.

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