Buon appetito (XII – Coso ha fatto qualcosa)

di Roberto Albini

Decido di andarmene. Saluto Giuseppe con un cenno e mi dirigo allo studio. Mi succede spesso questo richiamo, diciamo. Le mie abitudini, quando per qualche motivo sono costretto a interromperle, diventano gelose, scalpitano, e mi chiamano. L’unico modo per farle tacere è accontentarle, tornare ai miei luoghi, ripetere i gesti, i riti, rimmergermi nella calma sicura della ragnatela di usi che mi sono costruito. Già quando entro nell’ufficio, mi sembra di respirare meglio. Tiro il giacchetto a caso nell’angolo buio della stanza non illuminata dalla lampada, e precipito sulla sedia che mi accoglie dondolando leggermente. Sulla scrivania è rimasta ancora un po’ di quella roba di Giuseppe. E’ una fortuna che Capece non l’abbia notata quando entrato. Decido di prepararmi un altro cartoccio.
Dalla strada arriva un brusio inedito. Mi rendo conto per la prima volta che qualcosa sta cambiando, e che non sono io. Io sono rimasto immobile, come sempre. Tutto il resto, piuttosto, ha iniziato a mutare forma lasciandomi come un fossile a testimonianza storica della fine di un’epoca. Su Manate, da quando sono iniziati i lavori, è calata la nebbia. Una tenue ma compatta nebbiolina plumbea che si materializza a un metro da terra e cela il volto delle persone. La nebbia è strana perché se la osservi per un’ora o due, sembra magica e bellissima. Scaduto quel periodo, ti entra dentro e prova a soffocarti. E’ come una strega, splendida e perfida, capace compiere un maleficio difficile da combattere. Il food center ha bloccato l’accesso al manentino, che ha smesso di soffiare arrendendosi anche lui alla stregoneria. E soprattutto dalla mia finestra non vedo più il paesaggio: il ristorante ha coperto la visuale al Monte Manate. Adesso sbuca come chiedendo aiuto da dietro una gigantesca ombra informe. Mi domando se questo è un prezzo onesto per acquistare quel tipo di futuro al quale accennava il sindaco. Però non mi rispondo, perché sono un fossile, cioè è come se domandi a un giocatore di calcio qual è la sua opinione in merito all’onorabilità dell’arbitro che lo ha appena espulso.
Sto davanti alla finestra, da dove una volta potevo osservare il Monte Manate, col mio rotolo di carta igienica fumante in mano, lasciando che lo sguardo si perda nella nebbia, e mi viene in mente che dovrei fare qualcosa. Credo di trovarmi in quello stato d’animo che è un po’ come quando ti fai un taglio sul dito e pensi: “prima cosa: cerotto”. Ecco, invece, in questi stati dello spirito ti viene da dire: “prima cosa: fare qualcosa”. Il casino è che il cerotto è nel bagno dentro il cassetto, al contrario qualcosa è qualcosa per definizione cioè niente di concreto, per questo adesso nessuno fa più nulla di concreto. Lo diceva pure… Pure coso. Insomma coso, il più grande personaggio storico contemporaneo. Coso ha detto, scritto e fatto praticamente tutto durante questi ultimi decenni. Anzi, di più: coso ha fatto qualcosa.
Mi sdraio sul divano. Non ho mai fatto nulla, tecnicamente nulla è qualcosa.
Il brusio al principio mi dava fastidio, ora è divenuto un ronzio ipnotico, una nenia, una ninna nanna. Chiudo le palpebre e automaticamente mi scordo di Pizzi, di Manate, del Sindaco. Viene tutto risucchiato in un vortice dove cado anche io. Con uno scatto di reni tento di riacquistare il minimo di coscienza sufficiente per non precipitare e in quest’attimo mi chiedo perché. Perché ci svegliamo invece di lasciarci cadere per sempre nel vortice.
Finisco di fare questo pensiero e di colpo apro gli occhi.
E’ giorno, il vociare è diventato grida e schiamazzi.
Qualcuno bussa alla porta, mi gira la testa ma cerco di andare ad aprire. E’ Giuseppe che tiene in braccio Dito tutto proteso a tentare di leccarmi da qualche parte. “Ma che fine hai fatto?”, mi domanda, “E’ una settimana che ti cerco”.

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